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   Polimnia V I A G G I O

a cura di Fabio Pierangeli


 I n  l i m i n e  

IN LIMINE
QUADERNI DI LETERATURE VIAGGI TEATRI
2007/n1
a cura di Roberto Mosena e Fabio Pierangeli
Edizioni Nuova Cultura
 
 
 
IN LIMINE
QUADERNI DI LETERATURE VIAGGI TEATRI
2008/n2
a cura di Roberto Mosena e Fabio Pierangeli
Edizioni Nuova Cultura
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«Il poeta è per sua natura un protrattore d’infanzia»
 Marco Baliani
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 «La rigenerazione, sia fisica che spirituale, appariva l’ultima frontiera e Cagliostro ci credeva e suscitava la fede degli altri. Credi! Credi! Questo è il segreto. E il sogno si realizzerà. […]
Caduti i freni inibitori, la tendenza si accentuava. Era dotato di un irresistibile talento affabulatorio»
 Sergio Campailla
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«Quanto alle mie peregrinazioni, come tu le chiami, posso dirti che sono state casuali o frutto dell’inquietudine, una inquietudine di tipo alfieriano. Fin da ragazzo, avevo bisogno di incontrare nuova gente, di conoscere luoghi diversi. Avevo letto un passo straordinario di Montaigne (ma ciò che lui ha scritto è tutto straordinario!) sui viaggi (“… il viaggiare mi sembra un esercizio giovevole. L’anima vi si esercita continuamente notando le cose sconosciute e nuove; e non conosco scuola migliore, come ho detto spesso, per la formazione della vita, che presentarle continuamente la diversità di tante altre vite, opinioni e usanze, e farle assaggiare una così continua varietà di forme della nostra natura”…) e si era maggiormente radicata in me l’idea di visitare il mondo per trarne beneficio spirituale, umano e culturale».
 Dante Maffìa
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«Tra miliardi di esseri umani comparsi sulla terra in migliaia di anni, in migliaia di posti, nell’enormità dello spazio, ora sta avvenendo un miracolo. Che io e voi siamo qui: l’una di fronte agli altri. Questo il  miracolo, ragazzi, questo il miracolo. Hic et nunc. Qui e ora. Now. […] In qualche punto periferico di questo gigantesco caos, noi ci siamo incontrati. All’origine, intendo all’origine di tutto, all’istante del big bang, ma quante possibilità potevano darsi che ciò avvenisse? Una. Una sola. Questa. E che non avvenisse?... Miliardi di miliardi di miliardi».
 Giuseppe Manfridi
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«Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del giorno e giorno uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro […] Nel sogno da cui si era svegliato vagava in una caverna con il bambino che lo guidava tenendolo per mano. Il fascio di luce della torcia danzava sulle pareti umide piene di concrezioni calcaree. Come viandanti di una favola inghiottiti e persi nelle viscere di una bestia di granito […]Stese a terra il piccolo telo impermeabile che usavano come tavolo e apparecchiò, si sfilò la pistola dalla cintura, la posò sul telo e restò a guardare il bambino che dormiva. […] Posò lo sguardo sul bambino e poi lo lasciò vagare fra gli alberi, verso la strada. Quello non era un posto sicuro. Adesso che era giorno dalla strada li si poteva vedere. Il bambino si rigirò nelle coperte. Poi aprì gli occhi. Ciao papà, disse. Sono qui. Lo so. […]
Nelle forre dove vivevano ogni cosa era più antica dell’uomo, e vibrava di mistero».
 Cormac McCarthy

L’ alfieriana inquietudine per il viaggio di Dante Maffìa

 di Fabio Pierangeli

«Quanto alle mie peregrinazioni posso dire che sono state casuali o frutto dell’inquietudine, una inquietudine di tipo alfieriano. E’ un aspetto che i miei critici non hanno mai considerato. Io, fin da ragazzo, avevo bisogno di incontrare nuova gente, di conoscere luoghi diversi. Avevo letto un passo straordinario di Montaigne (ma ciò che lui ha scritto è tutto straordinario!) sui viaggi (“… il viaggiare mi sembra un esercizio giovevole. L’anima vi si esercita continuamente notando le cose sconosciute e nuove; e non conosco scuola migliore, come ho detto spesso, per la formazione della vita, che presentarle continuamente la diversità di tante altre vite, opinioni e usanze, e farle assaggiare una così continua varietà di forme della nostra natura”…) e si era maggiormente radicata in me l’idea di visita- re il mondo per trarne beneficio spirituale, umano e culturale. Pensa che al mio paese di nascita c’erano alcuni camionisti che andavano a portare merci in varie parti d’Europa e io facevo di tutto per accompagnarli. Qualche volta riuscivo appena a fare una passeggiata nelle città d’arrivo.
A Roma sono stato obbligato a sostare. Vinsi una borsa di studio, vi feci il militare e poi vi si trasferì la fidanzata. Ma capivo che per la letteratura avrei dovuto scegliere Milano. Nella città lombarda avvengono gli intrighi dell’editoria, si decidono le sorti degli scrittori e dei poeti al  punto che spesso addirittura si determinano le scelte soltanto in base all’amicizia e ai favori e così spuntano nomi che presto spariranno ma che intanto fanno il bello e il cattivo tempo nelle riviste, nelle antologie, nelle collane importanti.
Ho provato però a un certo punto di approdare nella città della nebbia. Mi sentii soffocare. Scappai via, non per mancanza di lavoro o per incapacità, anzi… ero quasi odiato dagli stessi milanesi per la mia puntualità, per il mio rigore, per i miei eccessi. Mi sentii dire perfino, un giorno: “Tu vuoi essere per forza il primo della classe”  –lavoravo in una casa editrice -. E la mia risposta  fu semplice: “Io non voglio essere il primo della classe, sono il primo della classe”. Non mi piacevano comunque i milanesi: gente senza anima, senza calore, per lo più scialba, insapore e inodore. Non è un punto di vista, è una realtà, purtroppo. Che poi si possa incontrare qualcuno che abbia doti diverse è possibile, forse…”.
Torino mi piaceva di più, aveva, in alcuni quartieri, qualcosa di meridionale, e poi, quei viali ampi e ordinati, quelle atmosfere gozzaniane, pavesiane, la presenza di Bobbio, di Primo Levi, di Barberi Squarotti., il Cacao Talmone (mi portavo negli occhi la pubblicità dei due vecchietti), i caffè antichi, le librerie di Via Po. Non solo, ma a Torino per oltre trenta anni ci ha abitato mia sorella. Ma anche lì faceva molto freddo. Per la neve una volta per quasi quindici giorni non po- temmo quasi uscire di casa.
La Germania fu un fatto occasionale: un lontano parente, che aveva quattro ristoranti a Monaco, mi invitò a fargli visita. Mi piacquero le atmosfere, la “casciara”, come si dice a Roma, dei locali, delle birrerie e ci sono ritornato più volte, andando di città in città, a Francoforte, a Berlino…
L’Andalusia è colpa o merito di Lorca, anche se la prima volta rimasi deluso. Ci andai in macchina e per chilometri mi parve di percorrere le strade della Calabria. In effetti c’è molta Calabria in tutta l’Andalusia e molta Andalusia in Calabria. Dunque è una terra che amo. Quando mi trovo in una piazzetta di Siviglia, di Granada, di Cordova , di Malaga o di Cadice sento un flusso di serenità, di completezza. A volte ho la sensazione che provo dopo un orgasmo».
Dante Maffìa (da un’intervista di Andrea Franquelli, in In limine, quaderni di Letterature, Viaggi, Teatri, a cura di Roberto Morena e Fabio Pierangeli, Roma, Nuova Cultura, n.2 marzo 2008)

 B o o k s 

Cormac McCarthy, La strada, Einaudi 2007

 Paolo Di Paolo

C’è una «luce fredda e livida», un bagliore grigio e inquietante: da sala anatomica, da fine del mondo, nell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy. La strada, con cui lo scrittore americano ha vinto il Pulitzer, arriva da noi l’11 settembre: ed è una coincidenza che ne rende, se possibile, perfino più angosciante la lettura. «Notti più buie e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo». C’è un bambino; c’è un uomo che lo tiene per mano; c’è una strada che pare condurre alla costa. E attorno, la devastazione del mondo prossimo all’apocalisse. O forse l’apocalisse è già stata, e questo è il «dopo», questa è una fragilissima, disperata possibilità di sopravvivenza umana. L’uomo e il suo bambino si dirigono verso il mare cercando un poco di tepore, trascinano un carrello con qualche coperta e qualche provvista. L’orizzonte è appannato dalla cenere che ristagna nell’aria; ai lati della strada, tronchi carbonizzati, case diroccate e bruciate, cadaveri. «In cima alla collina si fermarono nel freddo e nel vento a riprendere fiato. L’uomo guardò il bambino. Sto bene, disse lui. L’uomo gli mise una mano sulla spalla e fece un cenno verso la campagna che si stendeva ai loro piedi». La lingua di McCarthy è precisa, ma come anestetizzata. Anti-sentimentale, gelida: quasi venisse, appunto, da «dopo la fine»: quando la possibilità di raccontare storie è messa in pericolo e – come accade all’uomo del romanzo – restano riferibili soltanto sogni e ricordi, sempre più sbiaditi, più dolenti. «Così puoi leggermi una storia, disse il bambino. Non è vero, papà? Certo, disse lui. Certo che te la leggo». Poi, via via che si procede lungo la strada, non resteranno più forze per raccontare; e neppure, al padre, per sopravvivere. «Rimase ad ascoltare lo sgocciolio dell’acqua nei boschi. Era roccia fresca, quella. Freddo e silenzio. Le ceneri del mondo defunto trasportate qua e là nel nulla da lugubri venti terreni. Trascinate, sparpagliate e trascinate di nuovo. Ogni cosa sganciata dal proprio ancoraggio. Sospesa nell’aria cinerea. Sostenuta da un respiro, breve e tremante. Se solo il mio cuore fosse pietra». Che cosa è successo al mondo? che cosa l’ha condotto a questa apocalisse? McCarthy non lo dice. Fa intuire soltanto che l’umanità ne è responsabile, avendo scatenato una crudeltà intestina tale da spazzare via lo Stato, ogni Stato; tale da ridurre la terra a un ammasso di cenere. «Alzò il viso verso il pallore del giorno. Ci sei?, sussurrò. Riuscirò a vederti prima o poi? Ce l’hai un collo per poterti strangolare? Ce l’hai un cuore? Sii stramaledetto per l’eternità, ce l’hai un’anima? Oh Dio, sussurrò. Oh Dio». Ed è uno dei rari momenti in cui gli occhi dei personaggi sono rivolti al cielo, presi come sono, per il resto del romanzo, ad assecondare una dolorosa orizzontalità in forma di strada verso il niente.

La strada di McCarthy viene fuori da un grumo d’ombra e disperazione, dalla preghiera nichilista di Hemingway («Nada nostro che sei nel nada»), e forse anche dagli effetti speciali di qualche apocalittico filmone hollywoodiano. Ma séguita oltre: oltre, e dopo, gli effetti speciali. Alla fine degli effetti speciali (quando gli effetti speciali sono ormai disattivati). Tutto ciò che di terribile e assurdo e distruttivo poteva accadere, è già accaduto. E proprio questo prospettiva «dopo la fine» lascia addosso uno strano turbamento: i personaggi di McCarthy lo abitano il «dopo», il «non più». Nel loro complicato rapporto col «prima», sta lo strazio, lo struggimento di certe pagine: quando l’uomo si riaccosta alle tracce della sua esistenza precedente, i brandelli di una quotidianità ordinaria interrotta per sempre: oggetti, anche insignificanti, che certificavano la vita quando era vita, la garantivano; e ricordi, legati a quegli oggetti (gesti, anche d’amore, che riaffiorano improvvisi dal buio). È il senso di ciò che si è perduto nell’apocalisse; è lo sguardo della moglie di Lot, indietro, dopo la distruzione di Sodoma, a commuovere in queste pagine lentissime, scandite da lasse in prosa come per un impossibile poema della fine. Non c’è più rumore, non c’è più luce, non c’è più il fermento della vita, non c’è più il sesso, né la storia. I pochi simili che l’uomo e il bambino incontrano per la strada sono inariditi, incattiviti, attaccati a un’esistenza biologica ormai disumana, prevaricatrice e cannibale per necessità. Resta l’amore di un padre per suo figlio, resta una scintilla di fuoco (prometeica?); e resta ancora molta strada da fare. Ma verso dove? Quando il padre muore, il bambino viene accolto da una famiglia di sopravvissuti, capace ancora di umanità. E il romanzo si chiude con l’immagine arcana di pesci d’argento nei torrenti di montagna: un’immagine del «prima»: «Nelle forre dove vivevano ogni cosa era più antica dell’uomo, e vibrava di mistero». Come a dire che da lì, dal mare e dal mistero, ricomincia, può ricominciare, ciò che è finito.


 

 Fabio Pierangeli

 Una luce particolare, non so come descriverla...Città, luoghi, viaggi della letteratura contemporanea

 Edizioni Nuova Cultura


 P o e t r y  

Viaggiare di aquiloni e bambini Poesie dal viaggio di Rocco Auciello

Limpide ore in valli.
Archi, alti monti mormoranti.
Silenti lune ed occhi di donne,
antichi sguardi e luci.
Tutto va verso l’eternità,
a cerchi concentrici.
 
… Il mare è un gioco
di Dio bambino, un sorriso
sul lavoro della terra e sulla
maestosità delle montagne.
Una ninna-nanna dell’universo
e una preghiera fresca ed umida
di stelle.
Navigare è un diritto umano
ma il mare è per sempre
un gioco di Dio bambino…
Colori d’inverno nei cuori bambini,
aquiloni chiari.
Il pianeta compie i suoi giri, tace
il canto di cicale.
Una preghiera, è quasi natale.
L’universo brilla azzurro.
 
Inverni miti, silenti, lunari.
Attese di pietà. E di viaggi aperti.
Siamo tutti in processione. Umidi.
 
 
Che voglia di Sicilia, oggi,
là dove il mare profuma di terra,
e la terra di mare,
entrambi di cielo.
 
 
L’abisso rugoso, oscuro
eppure intimo, mio,
è bagnato di lacrime e fuoco,
illuminato d’immenso,
affrescato, un mare in una conchiglia,
un cielo trafitto d’infinito.
Colori, cori e silenzi,
tutto mio senza ego,
un patrimonio senza confini,
cielo di mari, terre bionde,
erranti, boschi di misteri svelati:
è Pasqua di Cristo Redemptor.
 
Il Suo sguardo su di me
è come nascere,
il Tempo è come un fiore
d’immobilità, sento
l’universo nell’istante.
Tutto il nostro patire
è  ora neve che cade, lenta
candida.
 

S e n z a  s o s t a:  c i t a z i o n i  d a l  v i a g g i o 
Viaggiare è stato sempre un sollievo enorme, ha annullato le pressioni dall’alto e dal basso. (Bruce Chatwin)

 
Lasciami andare, Paula, nella notte / a crearmi la luce da me stesso, / lasciami andare oltre il deserto, al mare (Carlo Michelstaedter, Alla sorella Paula, in Poesie).

 
«Mio nonno soleva dire “La vita è straordinariamente corta. Nel mio ricordo essa si restringe a tale brevità, che io per esempio non comprendo come un giovane 
possa decidersi a cavalcare fino al vicino villaggio, senza temere che – a parte qualche disgraziato accidente – lo spazio di una vita comune felicemente scorrente 
sia infinitamente troppo breve per una simile cavalcata». (Franz Kafka, Racconti, Il prossimo villaggio)

 
Quando ti metterai in viaggio per Itaca  devi augurarti che la strada sia lunga  fertile in avventure e in esperienze.  
I Lestrigoni e i Ciclopi  o la furia di Nettuno non temere,  non sarà questo il genere d'incontri  se il pensiero resta alto e il sentimento  fermo guida il tuo spirito 
e il tuo corpo.  In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,  né nell'irato Nettuno incapperai  se non li porti dentro,  se l'anima non te li mette contro.    
Devi augurarti che la strada sia lunga  che i mattini d'estate siano tanti  quando nei porti - finalmente e con che gioia -  toccherai terra tu per la prima volta:  
negli empori fenici indugia e acquista  madreperle coralli ebano e ambre  tutta merce fina, anche aromi  penetranti d'ogni sorta, più aromi  inebrianti che puoi,  
va in molte città egizie  impara una quantità di cose dai dotti.    Sempre devi avere in mente Itaca  - raggiungerla sia il pensiero costante.  
Soprattutto, non affrettare il viaggio; fa che duri a lungo,per anni, e che da vecchio  metta piede sull'isola, tu, ricco  dei tesori accumulati per strada  
senza aspettarti ricchezze da Itaca.    Itaca ti ha dato il bel viaggio,  senza di lei mai ti saresti messo  in viaggio: che cos'altro ti aspetti?    
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.  Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso  Già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare».      
(Costantinos Kavafis, Itaca, Cinquantacinque poesie, Torino, Einaudi, 1999, ridotto-tradotto in prosa).  

«Eppure se solo potessi…

se solo potessi ritagliare da ciascuna delle tue storie la parte preziosa,
se potessi liberarle dai loro epiloghi imposti,
sfrondarle dalle loro anoressiche disillusioni,
estirpare i voltafaccia meschini,
bruciare i disincantati addii
e trattenere soltanto il “prima”,
il tutto cioè che precede d’un soffio la consapevolezza.

Quell’immenso meraviglioso tutto
che ignaro troneggia sull’orlo d’uno squallido baratro di verità svelate.

Pensale ad una ad una accanto, unite dal filo della memoria:
gemme di prorompente vitalità,
deflagrazioni di irragionevole passione,
terremoti di istintiva sensualità.

Ad ogni passo sentiresti il loro calore scottarti i seni,
ad ogni respiro il loro profumo inebriarti la mente,
ad ogni sguardo il loro splendore accecarti la vista.

Se solo potessi…

se solo potessi cingerti al collo quella collana di diamanti purificati».

Ulisse 18/06/01   (www.poeti.it)


«Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi […]
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme d’emozioni […]
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna e della pioggia incessante […]
soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità» (Pablo Neruda)

«Molte volte ho osservato
il marmo che hanno scolpito per me –
un vascello con una vela ammainata
alla fonda in un porto
in verità ciò non rappresenta la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché mi fu offerto l’amore e io
Fuggii i suoi disinganni;
il dolore bussò alla mia porta, ma ebbi paura;
mi chiamò l’ambizione, ma le opportunità mi hanno, 
terrorizzato.
eppure continuavo a desiderare di dare significato alla mia vita.
e ora io so che bisogna alzare le vele
prendere i venti del destino
dovunque conducano il vascello.
Dare un significato alla propria vita
Può finire in follia,
ma la vita senza significato è la tortura
del senza requie e vago desiderio-
essa è un vascello che smania per il mare
e ne ha paura» (Edgar Lee Masters, George Gray, Antologia di Spoon River,)

«L’unica gioia al mondo è cominciare. E’ bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante. Quando manca questo senso – prigione, malattia, abitudine, stupidità -, si vorrebbe morire. […]Il principio suddetto non è poi da viveur. Perché c’è più abitudine nel viaggiare ad ogni costo (cfr. il brutto viaggiare ad ogni costo), che nella normale rotaia accettata doverosamente e vissuta con trasporto e intelligenza […]Perché il proprio delle avventure è di serbare una riserva mentale di difesa, per cui non esistono buone avventure. E’ buona quell’avventura in cui ci si abbandona» (Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 23 novembre 1937).

 

R a c c o n t i

San Francisco 2002 di Evelina Piscione

 
1.      COME SI ARRIVA A San Francisco
Sul mio volo Parigi- S.F. uno stravagante signore francese di mezza età mi augura di imparare la lingua ma non la mentalità degli americani. Sono tanto friendly finchè ci sei, mi dice, l’istante dopo ti hanno dimenticato.
2.      COME SI MANGIA A San Francisco
I  primi giorni sono ospite di un amico di un amico, Stevo, che mi fa vedere alcune tra le diverse aree della città: Downtown, Financial District, North Beach (italiana), Chinatown, Castro (gay).  Mi mostra e ripete “It’s different!”. Mi porta di sera tardi in un grande supermercato, aperto 24 h su 24, 7 gg su 7, veramente grande, e si compiace dell’effetto sorpresa che ha su di me.  Prima di andare a cena mi chiede che cibo gradisco: italiano, cinese, giapponese, thai, coreano, messicano o americano. Anche i piatti sono grandi e un po’ diversi dall’originale. Gli americani mangiano tanto e pesante, ma poi fanno jogging e gym, anche le palestre sono aperte 24 h su 24, 7 gg su 7.
3.      COME CI SI MUOVE A San Francisco
Camminare per S.F. è facile: le strade sono ordinate come un foglio a quadretti, impossibile perdersi perfino per me. E’ un continuo up and down e la cosa più bella è la vista dalle colline sui grattacieli e sulla baia. Il cable car è amato dai turisti perché, percorrendo California e Powell Street, ti dà insieme il piacere della salita e della discesa sulle rotaie e lo spettacolo aperto dalla pensilina. Gli autobus sopra e sotto terra – Muni e Bart – sono puntuali ma spesso troppo pieni, qui le scosse sono fastidio e non più poesia. L’utenza è different: cinesi, sudamericani, neri. Le strade dei quartieri residenziali – Marina, Presidio, Richmond – sono deserte, ma anche le zone più povere come quella dove abito, alloggiata in famiglia, a due passi dal Pacifico, in una camera attigua ad uno sporco e disordinato garage.  Camminare per strada non è un piacere americano; anche la legge vieta di stazionare più di 5 minuti, ma sarebbe troppo costoso ricordarsene sempre e cacciare i tanti barboni che approfittano del clima bizzarro ma vivibile di questa città.
4.      COSA SI INCONTRA A San Francisco
Nella mia scuola incontro Datiko, insegnante, figlio di padre russo-georgiano e di madre colombiana. Non ha la solita aria allegrotta di noi studenti e degli altri teachers. Ha studiato filosofia, ha vissuto in Italia e in Francia, parla tante lingue e mi propone un nuovo giro per S.F. Con lui vedo le case vittoriane della panoramica Alamo Square e  Mission, il quartiere messicano, che, mi pare di capire, è il suo preferito. Qui si parla spagnolo e, mi dice, ci offrono mariujana appena scesi dalla macchina. Un lungo murale dietro a una chiesa ricorda le sofferenze di un popolo, dal 1492 all’omicidio di monsignor Romero. I colori vivaci, i volti, ridenti e piangenti, i simboli pagani e cristiani dicono l’intensità della vita, la gioia e il dolore.
Haight – Ashbury (un incrocio di strade) è il quartiere degli hippies: un miscuglio di negozi turistici che vendono pace e libertà stampate su maglie e magneti, librerie alternative (tanta new-age e un po’ di anarchismo offerto da un solitario anacronistico sorridente venditore dai lunghi capelli bianchi) , negozi di vestiti usati e trendy, locali che pudicamente espongono un cartello col divieto di scattare foto. I marciapiedi sono affollati di gente different: giovani stravaganti e barboni di tutte le età.
5.      COME SI STUDIA A San Francisco
A Berkeley un altro murale illustra la storia della contestazione, partita dalla conquista di un giardino che offre uno spazio libero – di erbacce e droga- agli studenti oppostisi alla cementificazione per finire con una barbona che mestamente porta in braccio un bambino, lui speranza oggi di un futuro migliore.
Non è facile né economico trovare un alloggio per studiare a Berkeley. In agosto si organizzano parties negli ostelli di buon livello: gli occupanti valutano quanto sei friendly e different per stabilire se accoglierti. Una gara, insomma, a chi piace di più.
6.      COSA SI COMPRA A San Francisco
Cioccolate da Ghirardelli, un pasticciere ligure fortunato nella caccia all’oro, tanto da diventare un simbolo della città, con tanto di piazza. 
I turisti, giapponesi ed europei, fanno man bassa di Levi’s, Nike, Old Navy e Reebok.
Non mancate di andare alla City Lights Bookstore: non troverete la scelta delle mega-librerie né una vasta gamma di usato, ma un’oasi di silenzioso pensare in un vecchio negozio a tre piani fondato dal poeta Farlinghetti dove i cartelli vi invitano a sedervi e leggere i libri ben ordinati - antiauthoritarian politics and insurgent thinking -,dove potrete scoprire i gusti della beat generation sfogliando le edizioni  proprie, a partire dai primi paperbooks americani di un certo livello. Continuate ad assaporare questo volto americano attraversando la strada e proseguendo la lettura, di quello che avrete sicuramente comprato, nel Bar Vesuvio.
7.      CHE TEMPO FA A San Francisco
C’è  nebbia a S.F., non piove a S.F.: il cielo non piange a S.F.
Per piangere bisogna aver conosciuto una grande gioia e sentirne l’assenza,ma il vento qui, sul mare
 

  E  r  a   u  n  a   n  o  t  t  e   b  u  i  a   e   t  e  m  p  e  s  t  o  s  a
 
 
Un grande passo di Giordano Amicucci
 
Era una notte buia e tempestosa... che volgeva al termine.
Niente più pioggia.
Niente più vento.
Le foglie tessevano un tappeto fradicio sul suolo.
Tutto era attutito. I suoni, le case, le chiese. Il sole da qualche parte del mondo doveva aver iniziato a farsi vedere.
Forse.
Non ne era certo.
L’aria era ancora carica di elettricità e aspettativa. Un odore di risveglio creava un’idea di città viva.
S’alzò il bavero del cappotto per proteggersi dal mondo esterno, quasi a farsi scudo delle vite altrui... anche se le altrui vite in quel momento erano perse nel mondo, da qualche parte, insieme al sole.
Si chiuse ancora di più in sé stesso, nei suoi abiti che iniziavano a bagnarsi dell’umidità rimasta nell’aria e nella mattina.
Il suo carapace di lana era un rifugio da cui era difficile uscire. Solo, in mezzo al vuoto, pensò di essere l’ultimo uomo sulla faccia della terra... o almeno della città.
Il tempo sembrava rallentato, la lancetta dei secondi ticchettava lenta, battendo un secondo ogni dieci.
Respirava lento per non entrare in iperventilazione.
Alla fine si decise.
Aprì gli occhi, fece il primo passo fuori dal portone, e il mondo con le sue vite prese a fluire.
 

Era una notte buia e tempestosa di Eleonora Del Pidio
 
Era una notte buia e tempestosa, di quelle che se non hai paura dei fulmini, impari ad averne. Lei eri lì, occhi spalancati nel cuore della notte, intenta a superare le sue paure, le sue ansie…
Era ancora lì, desiderava scrivere, creare, raccontare… quella notte avrebbe composto il suo primo breve racconto.
Era una ragazza come tante, studentessa figlia di una famiglia modesta, ragazza spigliata, piena di buone iniziative e una grande passione per il disegno e la letteratura.
Pensieri e passioni gelosamente racchiusi in un cassetto.
Lei, apparentemente estroversa, non aveva mai trovato il coraggio di sfidare se stessa e la pagina bianca. Ancora non aveva raccolto quella sfida.
Quella sera l’aria emanava qualcosa di diverso, il buio e i rumori esaltavano la giovane donna, o forse era solo il temporale ad averla scossa.
Il vento soffiava con una potenza inaudita, la pioggia ticchettava sulla finestra quasi a ritmo di musica, e il cane nel cortile ululava in modo insolito.
Sentì che probabilmente quella sarebbe stata la notte giusta, questa volta, si era detta, non scriverò nulla di banale, nulla di personale…
Al buio, con i tuoni ancora risonanti nell’aria, avrebbe chiuso gli occhi e avrebbe inventato qualcosa.
Inventare… ideare qualcosa di nuovo…
Impresa non semplice quella di creare, nella vita la lettura è indispensabile, ma da sola non apre le porte della fantasia…
Trascorsero minuti di silenzio quasi irreale seguiti dalla consapevolezza che non sarebbe mai riuscita ad inventare una storia “nuova”, la cosa giusta da fare era tradurre in forma scritta i suoi pensieri, i suoi stati d’animo…
Cominciò proprio da lì…
Abbassò lo sguardo sull’unica fonte di luce nell’oscurità della stanza, fissò la pagina bianca sullo schermo del suo computer e cominciò a scrivere:
“Era una notte buia e tempestosa…”
 

Condanna di Manuela Potasso
 
Era una notte buia e tempestosa…
E lei era lì, dopo tanto tempo… fissava senza riuscire a vedere, attraverso la pioggia fitta, la sua casa.
In un racconto con un simile incipit, ci si aspetterebbe di assistere al ritorno di un eroe.
Ma non esistevano eroi al numero tre di Via Rei.
Solo lamenti silenziosi, colpi mai ricevuti che bruciavano sulla pelle e negli occhi, sangue mai versato che si asciugava nell’ombra.
No, lei non era un eroe.
Era fuggita da tutto questo, otto anni prima. Aveva preferito l’incertezza dell’orizzonte, i volti anonimi al di là del finestrino, a quel viso conosciuto, sempre così vicino, troppo vicino.
E con lo scorrere dei chilometri, i capelli chiari erano divenuti nere ciocche che incorniciavano un volto diverso, più adulto sì, ma soprattutto più consapevole. Labbra che non avrebbero più taciuto, pelle che non avrebbe più sopportato remissiva le piaghe del silenzio.
“Sai Baby, la vita è tutta un cerchio”, le aveva bisbigliato Marco, la voce impastata dall’erba, gli occhi vacui, mentre erano sdraiati nel retro del suo furgoncino. “È tutta questione di chiudere. Capisci, Baby?”. 
Oh sì che capiva. Più di quanto Marco, strafatto di droga e nudo in quel furgoncino lurido, poteva sapere.
Marco che non era mai stato spinto contro il muro, che non aveva mai sentito le calze lacerarsi graffiando la pelle delle cosce, che non aveva mai gridato, ricevendo in risposta solo la voce della macchina da cucire di sopra.
Capiva. E avrebbe chiuso quella notte.
Ma lei non era un eroe.
Non ci sarebbe stata nessuna epica battaglia, nessuno scontro fra il bene e il male, nessuna giustizia. No. Quando il sole fosse sorto, ci sarebbe stato solo sudiciume, che nessuna pioggia, per quanto torrenziale, poteva lavare via.
Sudiciume.
Sui suoi vestiti, e nella sua anima condannata.
 

Andata e Ritorno di Daniela Rullo
 
“Era una notte buia e tempestosa, una di quelle notti in cui il vento dipinge lunghe ombre minacciose sui muri e gli occhi vivono l’angoscia di mostruosi incubi.
Francesco, la voce soffocata dalla paura, chiama, e la madre, premurosa, accorre.
«Raccontami, ti prego, una favola che sai», chiede, e così lei comincia la sua storia:
Era una notte buia e tempestosa, proprio come questa, quando Antonio, scarpe in mano, zaino in spalla e forza nelle gambe, attraversava la collina ventosa e la vallata carica di pioggia. Salutava case di pietra silenziosa raccogliendo profumi e immagini da portare con sé, in quell’andata che non avrebbe previsto ritorno.
All’alba giunse al porto con un sole fiducioso che filtrava tra le nuvole per illuminare d’oro il mare, distesa cristallina che lo avrebbe portato verso il ben più grande Oceano.
Alla fine del suo viaggio, dopo 22 giorni di navigazione in terza classe e un ritornello fisso in testa, Antonio vide la “Bella Signora” con la fiaccola in mano.
Era giunto infine il momento del vestito buono, delle scarpe lucide e di un nuovo cammino per quella terra battezzata Stati Uniti d’America.
Il bambino ora dorme tranquillo, il vento non urla più e la pioggia scende lenta come una ninna nanna.”
Al suo risveglio Francesco guarda dal finestrino dell’aereo e non è più l’acqua dell’Atlantico sotto di sé ma le innevate Alpi.
L’orologio era rimasto indietro di sole sei ore ma gli sembrava che il tempo si fosse dilatato a dismisura.
Ormai la traversata si era quasi conclusa ma il vero viaggio stava per avere inizio soltanto adesso, in quel ritorno mai compiuto, con quello stesso ritornello che suo nonno gli cantava sempre, e che a lui tornò in mente in un istante:
“Tu rondine che vai, da mare a mare, o rondinella, tu finalmente torni alla tua terra”.
 

La forza di un sogno di Giulia  Stornelli
 
Era una notte buia e tempestosa, una di quelle notti in cui la natura non ne vuole proprio sapere di starsene tranquilla e scatena la sua ira sulla Terra. Erano, più o meno, le undici di sera e Lilian, un’adolescente di 16 anni, era nel suo letto, avvolta nel piumone a fiori bianchi e rosa, abbracciata al suo fedele peluche, un orso di pezza ormai anche abbastanza consumato, e con gli occhi che fissavano intensamente il soffitto, terrorizzati da quei fulmini e tuoni che illuminavano la stanza e rumoreggiavano all’esterno.
 L’adolescenza è il periodo che rivoluziona la vita di qualsiasi ragazza, è l’età dei primi amori, delle prime uscite serali con gli amici, dei primi litigi con i genitori sull’orario di rientro. Purtroppo però Lilian tutto questo non lo poteva fare o vivere come tutte le altre ragazzine della sua età. Era affetta, sin dalla nascita, da una grave malattia che non le permetteva di poter camminare e la costringeva a vivere su di una sedia a rotelle. Per ironia del destino ciò che Lilian amava fare di più, o in questo caso, sognava di fare, era viaggiare, conoscere nuovi posti, nuove persone, nuove usanze, luoghi diversi fra loro perché per lei mare, montagna, campagna, nord o sud del mondo non facevano alcuna differenza. Era stanca del suo paesino, di quella casa che la opprimeva, dei suoi genitori, fin troppo presenti, che le impedivano di fare qualsiasi cosa, e accentuavano, non volendo,  questo suo essere “diversa” rispetto agli altri suoi coetanei; la paura che la loro unica “bambina” potesse farsi male era grande e non si sarebbero mai perdonati un’eventualità del genere.
Lilian odiava i temporali. L’avevano sempre terrorizzata. E quella sera, poi, pensò di non averne mai sentito uno cosi forte in tutta la sua vita. Si girò su un fianco e prese il libro che aveva appoggiato la sera prima sul comodino.  Lo aprì dove aveva lasciato il segnalibro. Era un libro che parlava dell’Europa, dalla Spagna all’Italia, dalla Germania all’Olanda, con delle bellissime immagini e la storia di tutte queste antiche nazioni e delle loro capitali. Era stato il regalo dei suoi nonni per il suo compleanno un paio di mesi prima. Lo aveva letto tutto d’un fiato ma non lo aveva riposto nella libreria insieme agli altri. Aveva preferito tenerlo li, in modo tale da poterlo prendere e sfogliare ogni qual volta lo desiderasse. Il sogno di Lilian era quello di poter, un giorno, andare a visitare il vecchio continente. Non sapeva il motivo, ma l’Europa aveva un fascino incredibile su di lei.
Il segnalibro era fermo alla pagina che parlava dell’Italia, precisamente di Roma. Ogni volta che vedeva le immagini del Colosseo, della Bocca della Verità, di Piazza Venezia, di San Pietro, il suo cuore si rallegrava e con la sua immaginazione già si proiettava nell’antica città dei gladiatori e degli antichi romani. Chiuse gli occhi. Senza che se ne rendesse conto, si addormentò e cominciò a sognare quei luoghi tanto amati e irraggiungibili, ma che erano riusciti, in una notte buia e tempestosa, a tranquillizzarla  e a rasserenarla.
 

L’albero
 
Era una notte buia e tempestosa… Correva col tettuccio della decappottabile abbassato, e una mano protesa verso le nuvole dense, e correva via dalla sua discoteca preferita. “Maledetto Snoopy!” Esclamò all’improvviso. Stupido cane, che decide di morire nel momento sbagliato, proprio quando gli arriva il rifiuto dell’università. Suo padre poco ci mancava che lo sbatteva fuori di casa. Sua madre bevve di più sentendolo gridare. E quel giorno era l’anniversario del suo fidanzamento. Era nella sua discoteca preferita con Chiara, e Chiara gli dice che era innamorata di un altro. Gli dice che le dispiace. Ma ballare con Fabio proprio sotto i suoi occhi non le era dispiaciuto. La odia. Sente che è così. E odia quello stupido cane che è morto, e che neanche assomiglia a un bracchetto. Era uno stupidissimo boxer color champagne, maledizione! Spinge di più sull’accelleratore, e grida un'altra maledizione a quello stupido botolo. Non vede la curva. Vede solo un albero di fronte a sé. E’ tutto ciò che vede. Lo vuole. E lo prende. Così potrà vendicarsi di Snoopy di persona.
 

Il becchino
 
Era una notte buia e tempestosa, di quelle fatte di finestre che sbattevano e brutti sogni chiusi in testa, quando la nonna morì. Luca fu il primo a rendersene conto, perché le loro camere confinavano separate solo da uno strato sottile di cartongesso. Quel respiro pesante che da cinque anni a questa parte lo traghettava nel mondo dei sogni, quello sbuffare continuo e regolare, all’improvviso, si era fermato.
Dall’esatto momento in cui poggiò i piedi a terra per scendere dal letto, fu un caos totale. Il mattino seguente, l’odore forte del caffè era l’unica cosa che riuscì a ricordare di quella notte, delle voci e gambe che andavano su e giù e avanti e indietro per tutta la casa, e le telefonate che si rincorrevano e rimbalzavano tra parenti e amici. Si vestì di tutto punto, qualcuno doveva avergli preparato i vestiti, ‘sarà stata Lisa’ sua sorella, pensò. Ma neanche di quello riusciva a ricordare nulla. Prese le chiavi nella ciotola, diede una rapida occhiata allo Snoopy aviatore appeso al gancio, e uscì di casa nel sole delle undici. Ed eccola.
La lunga macchina nera, lucida e splendente dopo la tempesta notturna, era pronta. Appoggiò la fronte su uno dei finestrini posteriori, i vetri scuri come sporchi di fumo sembravano specchi, lanciò un lungo sguardo all’interno. ‘È tardi’, si disse, così salì in macchina, inserì le chiavi e partì. Mentre le ruote scorrevano morbide sul selciato del cortile, poco dopo aver superato il cancello, cominciò a sentire il profumo dei fiori alle sue spalle: era buonissimo, e sapeva di ricordi, prima le gerbere, poi le rose, i lilium, doveva esserci anche una corona di violette, i fiori preferiti di sua nonna. Chiuse i finestrini, nonostante il caldo e gli odori che gli entravano nel naso sempre di più, bruciavano quasi, li sentiva salire su, dritti fino al cervello, era come ubriaco, ubriaco di caldo e gerbere, lilium, rose, sentiva anche l’odore di sua nonna, o forse no, forse erano solo le violette. Un toctoc gli fece fare un salto e lo risvegliò da quel suo delirio: era sua sorella.
« Allora, che hai intenzione di fare, rimanere parcheggiato tutto il giorno? Oggi era il tuo turno di trasporto, guarda che tra un po’ la nonna si alza e ci va da sola al cimitero.»
« Il mio turno, s-sì…»
Per un attimo aveva creduto davvero che fosse sua nonna. Si guardò nello specchietto e vide una maschera sudata e stravolta. Si asciugò gli occhi e mise in moto, con Snoopy che lo guardava attraverso i suoi grandi occhiali da aviatore.
 

Dopo la tempesta
 
Era una notte buia e tempestosa e, forse, Daniell Marie sperava fortemente che lo fosse; una di quelle notti in cui la voglia di nascondersi è tanta, forse troppa… ed il pensiero di potersi finalmente fondere con la pioggia, in un abbraccio interminabile, sembra la sensazione più dolce, al termine di una lunga giornata.
Stavolta le dodici ore trascorse in corsia erano state interminabili: troppe emergenze, troppi punti di sutura, anche per una come lei, solita dedicarsi con estrema devozione ai suoi pazienti. La sua risata risuonava, fragorosa, all’interno dell’intero ospedale. Per i tanti pazienti, ognuno con la propria storia, costretti a trascorrere mesi in quei dannati letti, alternando una seduta di chemioterapia ad un’altra di riabilitazione, la dottoressa “sorriso” rappresentava una presenza rassicurante. E anche per tutti quei familiari che, sfiniti, erano soliti aggirarsi nervosamente per i corridoi, sorseggiando del caffè, spesso freddo, e con il cuore in gola all’ uscita dei medici dalle sale operatorie, sempre troppo di corsa.
Mai come quella sera desiderava spogliarsi di quel camice e di quello stetoscopio, che non si sentiva neanche più in grado di adoperare, lasciandosi alle spalle quella porta scorrevole e quel senso di colpa che ormai l’attanagliava da settimane. Guardando il suo volto ormai smunto riflesso allo specchio, scorgeva solo il volto di una fallita e gli occhi di una colpevole.
Quanto sei dura con te stessa Daniell Marie? E lei non solo sapeva di esserlo, ma non le bastava nemmeno! Il pensiero di non aver mantenuto fede alla promessa fatta a Giulia e Paolo, quel dieci dicembre, la tormentava. In quello studio, in cui centinaia di volte aveva comunicato a quelle madri, a quei mariti, a quei figli, con la stessa retorica, che tanto odiava –“ Mi dispiace. Non c’è stato nulla da fare”; oppure-“ Abbiamo fatto il possibile. Si faccia forza”.
Qualcosa quel giorno era andato storto: l’intervento era quasi terminato e il piccolo Fabio avrebbe potuto godere di nuovo del calore delle braccia materne, quando quella emorragia sopraggiunta improvvisamente ha strappato quell’angelo alla vita, dinanzi ai suoi occhi.”Dottoressa sorriso” non risuonerà più nei corridoi, ne potrà più rincorrere quell’ometto che, astuto, soleva nascondersi dietro i camici dell infermiere.
“Finalmente fuori” pensava. Pioveva a dirotto. Aveva voglia di urlare. Desiderava correre a casa e rimanervi, togliersi di dosso l’odore di quei momenti e abbandonarsi sul letto: la persiane abbassate, i piatti ancora nel lavandino (e chissà per quanti giorni ancora) e l’illuminazione dell’albero natalizio all’ingresso ancora spenta.E non l’avrebbe accesa.
Forse mollare tutto non è la decisione più giusta, vero Daniell Marie?
“Pensaci”, si ripeteva. “Fallo per Fabio”, mormorava.
Chissà quante “notti buie e tempestose” dovranno susseguirsi!
Chissà quante “notti buie e tempestose” dovranno scuoterla!
Ci vorrà del tempo, ma lo capirà. E solo allora sarà pronta a riprendere in mano la sua vita. Di nuovo.
 

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