"PROCESSO
A JIM MORRISON" di Serena Maffia
con luca mannocci e giorgia visani
regia di jacopo bezzi
14 E 15 MAGGIO - ORE 21 - SALA LUIGI PINTOR, VIA DELLO SCALO DI
SAN LORENZO 67 , ROMA
Un atto unico di Serena Maffia, scrivere
per il teatro, finalmente e nuovamente aggiungo, non un
compito facile. Come sottolinea Giorgio Taffon nella sua
introduzione a Processo a Jim Morrison “ …una giovane
drammaturga che inevitabilmente si assume anche il compito
di portare avanti quel rinnovamento drammaturgico e teatrale
che stiamo aspettando e vivendo nella cultura italiana
d’oggi”. Scrivere quindi parole per il teatro è l’ambizione
dell’atto unico in questione dove la vicenda post-mortem di
Jim Morrison, famoso leader dei The Doors, tragicamente e
prematuramente scomparso tra scandali e misteri, sembra
essere il pretesto per introdurci a un registro tragico in
cui la parola è il vettore che porta direttamente dentro un
mondo psicologico, una condizione d’anima estremamente
contraddittoria, sofferta, e anche fantasticata fino alla
presenza del dato fisico, anche volutamente sessuale ( ma
con Jim Morrison inevitabile ndr) giocato attraverso un
saggio utilizzo delle parole e delle battute teatrali. I due
protagonisti “diventano” personaggi indossando parrucche ed
abiti di altri da loro in uno sforzo atto a unire più
generazioni di pubblico intorno ad un mito contemporaneo che
muove ansie e interrogativi che si agitano, molte volte , in
tanti di noi.
VOLEVANO FARE
SHAKESPEARE
di Andrea
Papalotti
Con Andrea
Papalotti, Francesco Paolo Alessi, Marianna Antonelli, Chiara
Bettoni, Tiziana Camelin, Felicia Caratù, Diego D'Elia, Nicolò
Marino, Fabrizio Stefan, Micaela Toscano
Regia di Andrea
Papalotti
28 giugno 2008 ore 21,00 Teatro
Nuovo Colosseo, Roma
Un regista e la sua assistente
aprono le selezioni per la messa in scena di uno spettacolo su
Shakespeare per partecipare ad un festival teatrale. I provini
si rivelano però un vero disastro. Il regista decide di gettare
la spugna, non intende umiliarsi, ma la sua assistente,
innamorata di lui soprattutto perchè crede nelle sue capacità
artistiche, lo convince ad andare avanti. Dopo un lavoro
estenuante che sembra non aver portato a nulla...
STUDIO PER LA “BUFERA E’ IL MIO VIOLINO” collage Esenin e
“LA RAUCA GOLA DEL CUORE” collage Majakovskij
di
Ilaria Paluzzi
Spettacolo de “La bottega del segno”
Recitazione,regia e costumi di Daniele Bernardi, con la
collaborazione di Ermelinda Bonifacio
Due monologhi per raccontare la
vita, il genio, il dolore e la morte dei due grandissimi
poeti della Russia rivoluzionaria. Entrambi recitati dallo
stesso Bernardi, giovane attore svizzero, che stupisce per
le capacità interpretative e il virtuosismo dei movimenti.
Il primo collage dello spettacolo è dedicato a Esenin, il
poeta che nel 1920 stupì la Russia con le sue “Confessioni
di un teppista”. Bernardi ci presenta un teppista ormai
stanco delle bevute e delle troppe belle donne,che si
ritrova sulla scena da solo con un
sassolino a maneggiare i versi della sua malinconia. Un
Esenin che se ne torna in campagna a cercare la madre e ci
trova il nonno novantenne e non lo riconosce, c’è solo quel
sentimento di vergogna del figliol prodigo che torna a casa
senza portare niente di nuovo, una parabola che si ripete
all’infinito, e che nella Russia di Lenin degenera in dramma
esistenziale. Bernardi diventa Esenin attraverso i suoi
movimenti nervosi e scattanti, le lunghe linee degli arti
disegnano le parole ritmate dalla malinconia del giovane
poeta. E non solo si vede Esenin, sulla scena si immaginano
gli occhi di rimprovero del nonno che si ritrova un nipote
tutt’altro che borghese, si percepisce lo spavento della
madre che proprio non sa che cosa stia accadendo al suo
figliolo. E si vedono le sterminate campagne della Russia
degli anni ’20, si intravede l’ infanzia trascorsa a mangiar
pannocchie e a pensare che magari un giorno tra kulaki e
nobili ci sarebbe stato qualcosa ad unirli, qualcosa di
diverso dalla disperazione e più simile ad una bella nascita
di gioia, quella nascita e rinascita tanto auspicate dalla
rivoluzione. E invece non fu così. Il corpo gracile di
Bernardi si perde nei buchi del suo maglione mentre saltella
per la scena recitando “Sono stanco di vivere nel paese
nativo”. Le luci calano alla fine del monologo, sul poeta
ormai accartocciato su sè stesso, sui suoi occhi spenti.
Cala il buio e nella mente dello spettatore rimane fissa
l’immagine di quegli occhi, la curva della schiena ingobbita
dai tradimenti della storia verso le viscere del nulla. I
proiettori si riaccendono su Majakovskij. Commovente
l’esordio del secondo monologo, con la recitazione della
fomosa poesia di Majakovskij ”Ascoltate!”, in cui la voce
di Bernardi si modula in uno stile chiaroscurale, flebili
sussurri si alternano a timbri vocali che resucitano dal
profondo senza diventare artificiosi. Il gusto per
l’analogico che caratterizzava la scrittura di Majakovskij
scivola come niente nelle parole di Bernardi, si incarna
nelle sue mani nodose, nei movmenti veloci, negli occhi
schizzanti dalle orbite. Ma poi il magro poeta rinuncia al
sogno della rivoluzione, si ritrova solo nella stanza con la
foto di Lenin, con la figura vuota a vacua stagliata come
una grande macchia sul muro bianco della sua stanza. Sulla
carta il pensiero poetico si spezzetta in parole sparse,
distanziate da lunghi spazi bianchi. Sulla scena Bernardi li
trasforma in spazi siderali,dove i suoi movimenti tagliano
come schegge l’aria,la luce,i suoni. Oramai Majakovskij è un
“selvatico animale impazzito”, che come un bue vuole
“gettarsi in fredde acque in cerca di ristoro”. Quelle
fredde acque saranno un proiettile al cuore sparato
nell’aprile del 1930. Si cala il sipario,il palco sprofonda
nel buio,l’attore dietro al camerino si toglie per
l’ennesima volta il trucco e indossa gli abiti di sempre.
Adesso si incontra un Bernardi diverso,che non saltella più
tra i buchi del suo maglione immaginando che siano stelle e
speranze. Poco si ritrova di quegli occhi avvampati nel
giovane artista che da poco più di due anni conduce insieme
alla compagna Ermelinda Bonifacio la compagnia di teatro
indipendente ‘La bottega del segno’. Essa nasce,come ci
spiega Bernardi “dall’incontro di due attori. Si sviluppa
come un discorso personale,entrambi avevamo frequentato
l’accademia,ma sentivamo la necessità d’un luogo in cui far
nascere progetti personali. Precedentemente avevamo lavorato
insieme nella compagnia ‘Teatro internato’,poi con la
‘Compagnia del metateatro’,e da lì abbiamo sviluppato il
nostro progetto de ‘La bottega del segno’,a cui hanno
collaborato anche altri attori.”
NEL 2006 AVETE MESSO IN SCENA
LO SPETTACOLO “COMPAGNO CHIMICO VI PREGO INTEGRATE VOI
STESSO”,LIBERAMENTE TRATTO DAL POEMA “DI QUESTO” DI
MAJAKOVSKIJ. CONTEMPORANEAMENTE NASCE IL COLLAGE SU
MAJAKOVSKIJ “LA RAUCA GOLA DEL CUORE”. DA COSA INSORGE
L’INTERESSE PER MAJAKOSVKIJ E SEGUENDO QUALE LINEA
INTERPRETATIVA AVETE OPERATO LA SCELTA DELLE POESIE DA
INSERIRE NEI DUE COLLAGE SU MAJAKOVSKIJ ED ESENIN.
“L’interesse per Majakovskij
nasce quando ero ragazzo,avevo 17 anni,e avevo iniziato a
fare teatro. Così chiesi al mio insegnante di teatro di
poter lavorare su un testo che mi aveva colpito tanto e che
era “La nuvola in calzoni”. Questo testo per me rappresentò
una porta di accesso ad alcune mie cose personali e anche ad
alcuni aspetti tecnici del teatro. Da lì Majakovskij mi
entrò dentro ed è restato in me fino ad adesso. Per quanto
riguarda la scelta delle poesie essa è stata molto libera e
spontanea. Il nostro modo di lavorare è molto poco teorico e
molto più pratico. Sapevo che avrei lavorato su quelle
musiche di Shonberg,sapevo che la prima poesia era
“Ascoltate”,e sapevo che avrei finito con i frammenti
postumi. Conoscevo l’inizio e la fine,iniziavo una poesia e
d’istinto trovavo la successiva,senza troppa teoria.”
NELLA POESIA “EPPURE”
MAJAKOVSKIJ SCRIVE:”HA PAURA LA GENTE PERCHè DALLA MIA BOCCA
DIMENA I PIEDI UN GRIDO NON MASTICATO”. PENSI CHE IN QUEST’EPOCA
DI DEGRADO CULTURALE ED ACCECAMENTO COLLETTIVO,IL TEATRO
POTREBBE TRASFORMARE QUEL GRIDO NON MASTICATO IN PAROLE
CREATIVE OPPURE NO.
Sono molto scettico sullo scopo
del teatro in questo senso. Il teatro è un fenomeno molto
effimero,non credo che possa salvare il mondo. Inoltre lo
spettacolo su Majakovskij è difficile da seguire,la gente fa
fatica a seguirlo. Il suo linguaggio è difficilmente
accessibile. E quindi non so fino a che punto un certo tipo
di teatro può essere utile in questo senso. Credo che a
questa domanda possa rispondere più lo spettatore,in grado
di giudicare la misura in cui un messaggio arriva oppure no.
AVETE PROGETTI PER IL FUTURO
Innanzitutto c’è da completare
il lavoro su Esenin,lo studio per “La bufera è il mio
violino”. Di progetti ce ne sono molti. Mi piacerebbe
lavorare su qualcosa in cui ci siano più movimenti che
parole. Un scrittore che mi piacerebbe affrontare è Celine,autore
difficile da portare in scena,sebbene come pagina scritta
sia molto teatrale. Majakovskij ed Esenin si prestano di più
alla rappresentazione,Celin ha scritto moltissimi libri,ed è
difficile immaginare uno spettacolo che condensi il
significato dei suoi romanzi.
FOTO:REMY STEINEGGER-ARCHIVIO POESTATE LUGANO
TUTTI
I GUAI VENGONO PER NUOCERE di
Gino Cesaria
25 maggio 2008
ore 21,00
Teatro Tirso
De Molina, Via Tirso 89, Roma
PIATTO
UNICO
di Irene Canale
Con Mauro Vento,
Luca Caresta, Marco Ziello, Violetta Rogai, Chiara Saiella,
Irene Canale
Regia di Irene
Canale
29 febbraio - 1 e 2 marzo 2008 ore
21:00 Teatro Studio Magazzini Via dei Magazzini
Generali, 34 Roma
Nello spazio di
una stessa cucina si alternano le storie di tre coppie in tre
epoche diverse. I personaggi uniti tra loro da legami di
parentela, affronteranno gli stessi problemi dei rapporti di
coppia sia omosessuale che eterosessuale. Piatto unico
rappresenta il pranzo dei sentimenti a cui tutti aspiriamo a
partecipare e vede il cibo come simbolo della condivisione e
della conoscenza intima. Essere unici insieme è la speranza che
accomuna i personaggi, che scontrandosi con le loro paure
troveranno rifugio nell’ennesima cosa che li unisce e li rende
soli oltre il tempo e lo spazio: l’incomunicabilità.
PRODUZIONE POVERA
presenta
CAMURRIA
di e con Gaspare Balsamo
musiche originali di Alessandro Severa e Gianluca
Bacconi eseguite dal vivo
organetti Alessandro D´Alessandro
dumbek, dayre, tamburello, melodica, didjeridoo
Gianluca Bacconi
venerdì 22 febbraio ore 21.30
Auditorium Santa Chiara - Via Caterina Troiani,
90 Roma
sabato 23 febbraio ore 21.00 Teatro
Comunale di S.Oreste - S.Oreste (RM)
Atto unico di 60 minuti Camurria -
seccatura in
dialetto siciliano - opera prima di
Gaspare Balsamo, trapanese classe 1975, è
la storia di storie strappate alla
memoria, è la narrazione della vicende di una famiglia,
di un picciutteddo, di un nonno, di una bisnonna e della sua
orazione, rivissuta attraverso la magia del teatro dell´opera
dei pupi. Lo
spettacolo nasce dall´idea affascinante che dietro il mondo dei
Pupi e delle Marionette ci siano le storie delle persone e delle
loro famiglie, le vite dei pupari e dei cuntisti. E´ proprio
questo che il testo scenico racconta, accompagnato dai toni
forti del movimento, della danza, del ritmo e della musica,
affidata ad
Alessandro D'Alessandro (organetti),
Gianluca Bacconi
(percussioni, melodica, didjeridoo).
Sullo sfondo i colori della Sicilia, quella a cavallo tra le
due guerre. `Camurria - nelle parole di Gaspare Balsamo - è il
senso di appartenenza, è l´attaccamento alla terra, alla cultura
popolare a cui il teatro deve sempre attingere´.
Due volte mia,
la libertà. Le donne della resistenza di Laura Pacelli di
Fabio Pierangeli
La sabbia scivola dal pugno.
Inesorabile. Non importa se questo sia teso in avanti, segno di
ribellione, o sfiancato al lato della gamba. O ancora, stretto
fino al sangue dal movimento angoscioso e torturante dell’altra
mano, quando l’attrice (e in questo caso anche autrice del
testo, Due volte mia, rimasto in scena a Roma alle Stanze
segrete per una settimana di febbraio 2008, per la regia di
Francesca Montanino) Laura Pacelli interpreta il doppio ruolo
della madre e di un figlio. Spella fino alla pelle dell’osso
quelle mani, bruciate dal vento della storia, appena saputo che
il figlio è stato preso dai fascisti. Scivola, inesorabile, il
tempo sabbia. Non così la memoria. Questa, a volte, sa
trattenere. E risarcire, e recuperare, coagulare quel sangue che
screpola di rabbia le mani impotenti per trasmettere alle
generazioni successive il seme della pace, dell’onore, del
valore della libertà e della dignità della persona umana. Quel
pugno allora si stringe e si apre, tenero e caparbio, e la
sabbia scende durante il tempo dello spettacolo, poco più di
un’ora. Si sgrana, si appiccica: granelli resistono sul volto,
luccicano come lacrime sugli specchi della scenografia, sul
vestito, dal volto degli attori.
Portano
in dono moltissimo, su piani, anche linguistici, differenti: dal
dialetto, alle divertentissime cantilene delle vecchiette in
litanie oranti tranquillità impossibili, all’alta poesia, con
versi di battaglia e coraggio femminile tolti da Ariosto e
Tasso. La storia terribile della resistenza al nazifascismo, il
dolore immenso del cuore privato che si infrange contro il muro
dovere della Storia alta, dove gridare la morte dei propri cari
è solo silenzio solenne (si ricordi la Guernica di
Picasso). Tutto questo risuona nel piccolo antro bianco di
lenzuoli solenni di tutte le liturgie di vita e morte, di Ennio
Coltorti, le Stanze segrete nel cuore di Trastevere, accanto a
Regina Coeli, e che l’immaginazione ispirata alla prima scena
rende vicina anche alle carceri di via Tasso, dove tre attrici
ti recitano davanti, quasi addosso e non possono avere pudore,
trasportate ( a volte in perdonabile eccesso di rabbiosa
ribellione) dalla passione della libertà capace di opporsi alla
crudeltà nichilistica del potere, che ha bisogno di eliminare i
distinguo, i sentimenti, la femminilità. Stanze che via via
diventano quadri delle azione, da quel tribunale di partenza
dove due delle ragazze diventano uomini di una legge
inesistente, capziosamente calpestata in nome della forza bruta,
di alleanze diaboliche, di una situazione dove il sangue alza la
posta e la cattiveria, chiamando altro sangue. Stanze
comunicanti nella tragedia della guerra civile che si recupera
attraverso un punto di vista suggestivo, quanto emarginato nella
prosopopea del dopo: l’impegno delle donne. Madri, fidanzate e
poi combattenti in proprio, sempre di corsa, per avvertire le
brigate del pericolo, per cercare cibo, per rubare notizie al
nemico e infine sparare con i loro pesanti fucili senza
distinzione di sesso. Nessuna agiografia nel testo, toccante nei
quadri dedicati alla Dolores di Spagna, alla ragazza che scava
nella fossa dei fucilati e vi trova le tracce di chi non avrebbe
mai e poi mai voluto lì sotto, entusiasmante nella scelta della
madre di seguire i partigiani, tenera nell’episodio d’amore tra
due della brigata, Bènita e un affascinante biologo, splendida
nel percorso parallelo che immerge, come dentro la
fantasticheria di una ragazza col fucile, quella lotta dentro
l’eroico e aereo sfondo dei grandi poemi cavallereschi,
protagoniste Clorinda e Bradamante, con la recita,
efficacissima, di alcuni versi nel bel mezzo dell’aspro e
sanguigno reale. Una gamma vastissima, dunque, raccolta in
quadri poetici, stretti in quei lenzuoli, attraverso una
sapiente regia, che sceglie di iniziare, prima ancora del
processo alla donna partigiana (i giudici sapranno, nell’ultima
scena riciclarsi, gettando un’ombra inquietante sulla
“cerimonie” della liberazione, di quelli che saltano
disinvoltamente sul carro dei vincitori) facendo piovere sul
pubblico le parole autentiche di una ottantenne testimone
diretta di quei fatti, donna e partigiana. La sua voce non si
potrà scordare facilmente, roca e tremante, giovanissima e
ferma, perché, attraverso il filtro dell’arte, si modula
originalmente, di nuovo, nelle storie del testo della Pacelli,
inventate su quelle apprese da documenti e testimonianze
autentiche, in grado di arrivare, nella loro toccante semplicità
poetica, al cuore dello spettatore, da quella scenografia di
teatro povero dove gli oggetti si fondono perfettamente con i
sentimenti.
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DUE
VOLTE MIA di Laura Pacelli di
Maria Francesca Papi
Mentre candide vesti da “matrimonio”
penzolano appese sul vuoto di un palco imbastito di bianco, tre
giovani attrici vestite di nero si muovono in parole ritmate da
ogni
dialetto, in dolore e spensieratezza, in maternità e
figliolanza, in passione e fratellanza. Riposto nella soffitta
dei ricordi e dei sogni il bianco abito della femminilità
tradizionale, un cravattino rosso, a rappresentare un nuovo
credo, e una camicia nera, per nascondersi tra i boschi e
rivestire una forza nascosta, eroica, stringono i corpi di tre
donne, che sono cento e mille
e che hanno lasciato ogni
regione e ogni remora per combattere da partigiane, senza temere
la morte,
portandosi nel sacco pianti, amicizia, risate, amori e domande.
Mentre le eroine raccontate da Tasso e
Ariosto compaiono combattive nelle ottave scelte che
intramezzano sensatamente la recitazione, le partigiane di Laura
Pacelli, autrice e attrice
dello spettacolo in scena fino a domenica 17 febbraio al Teatro
Stanze Segrete, riempiono il palco con la propria voce umana e
reale, vicina; con un piglio di vita, con uno slancio alla
libertà e al riconoscimento che, nato nelle case, diventa azione
nei boschi, sotto le tende ricreate sul palco con una torcia e
un lenzuolo: scenografia essenziale che compone spazi per
metonimia, un tribunale con qualche sedia, una bicicletta con
una ruota, fino all’immaginario palco “all’onore” che conclude
la lotta. Energia viva la sceneggiatura, mai stanca, mai
difficile; buona la recitazione. Resta allo spettatore la
domanda se davvero la camicia scura intonata col buio e il
coraggio di rischiare la pelle seguendo un ideale sono bastati a
sedare quel bisogno di dire “io”, di volare, di non aspettare
che ogni partigiana porta, sola, nel cuore.

ASPETTANDO
IL 68
di Enrico Bernard
con Silvana Bosi
e Katia la Galante
Isabel Luis
Marco Giancarli
David Milita
Maryvì Iampietro
Salvatore Di Bari
Carla Rodomonte
Barbara Ricciolini
dal 24 gennaio al 10 febbraio 2008 Roma, Teatro
dell'Orologio Sala Gassman