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Il
racconto del mese Antonio
Celano "Lyctus" |
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Lyctus
di
Antonio Celano
Oggi la televisione ha detto che è agosto, ma che
sulla costa ci sono stati un bel po’ di allagamenti,
le trombe d’aria e la protezione civile in allerta.
E anche qui una burrasca tremenda, le tapparelle
hanno rullato tutto il tempo e l’acqua a secchiate e
i tuoni a grancassa... I temporali li soffro, mi
agitano, non li voglio vedere nemmeno da lontano.
Una volta la casa dava quasi sul mare, soffrivo il
libeccio. Adesso mi hanno costruito quattro
casermoni davanti che hanno tappato tutto. Meno
male. Così niente buriane e vento, solo una penombra
spessa. Insomma, mi sento a mio agio: niente luce,
niente spazio, zero cambiamenti. E poi mi piace
guardare la confusione di vestaglie, canotte e
mutande stese sul retro e i tinelli di vetro montati
sui balconi zeppi di lavatrici, o altre cose
inutili. Rompono un po’ i ragazzetti con i roller o
gli skate. Tanto, la maggior parte del tempo, tengo
basse le persiane.
Caterina ha sempre detto che sono malato peso. Una
volta ci aggiungeva pure che sono un irresoluto e un
inconcludente e me lo gridava con rabbia, con
durezza, perché ho quarant’anni, dice, e sembro uno
che vive le cose come se non fossero sue. Adesso ci
sorride su, adesso che passa solo qualche volta per
due chiacchiere o mi aiuta a rassettare il cunicolo,
come lo chiama lei. Perché continua a farlo, dico
io? Però non mi dispiace.
L’altro giorno dice: «Oh, Bruno, guarda un po’
qua...» e mi indica due o tre mucchietti strani di
polvere sotto certi mobili che, quando è venuta via
di casa, comprai di restauro per sostituire i suoi.
Tra l’altro è da dire che Cate mi ci prende ancora
per il culo, ché l’étagère e la sedia con la
scrivania e pure l’armadio sembrano fabbricati per
dei bambini piccoli, dice.
A volte li guarda, dà una boccata di fumo e mi fa:
«Bruno, ma mi dici con che cacchio di criterio li
hai presi ’sti mobili qua? e li hai pure pagati un
botto, in proporzione...».
«E ci credo» rispondo io «son di legno tenero, ma
del ’900, mi hanno detto».
«Del ’900, eh? saprai un tubo te che decennio...»,
borbotta tra l’assorto e il contrariato, con un
pugno piantato sul fianco.
Insomma, alla fine le ho promesso di dare
un’occhiata a questa cosa della polvere. In fretta,
una volta tanto.
Va beh, la polvere è segatura. Finissima farina di
legno. Solo che, a ben guardare, i mucchietti sono
parecchi di più. Corrispondono ognuno a un buco nel
mobilio, a occhio non più di un paio di millimetri.
Perfettamente rotondi. Saranno animaletti, mi dico.
Sposto i mobili, guardo meglio, e scopro il
disastro, ché questi qua erano lì chissà da quanto a
lavorare e non me n’ero ancora accorto. Guarda
quanti buchi hanno già fatto... e il tipo che m’ha
venduto i mobili me lo aveva detto o no se il legno
era trattato? Mah, bisognerebbe farci un salto...
ora vediamo, dai.
Resto seduto sul divano. Fumo e penso, penso e fumo,
ma non mi viene niente se non questa nuova
sensazione spiacevole. Più che incazzatura per i
buchi è che ’sta cosa m’ha lasciato un po’ così e
chi lo sa. Poi ci s’è messa anche la mia ex compagna
e già lo so che poi mi rompe con la storia che io le
cose le prendo sempre telefonate. E ora mi tocca
pure impegnarmi subito in ’sta faccenda che sotto
c’è qualcosa (sotto le faccende c’è sempre qualcosa)
e mi sta montando pure un discreto mal di testa e la
malinconia. Ma perché, poi... questa testa, dico...
grossa e dura come il marmo e questo corpo flaccido
da baco, ché non ho voglia di occuparmene Cate, dai,
Cate, sì lo so, gli scricchiolii in campagna, la
testa gonfia, dura per scavare il buco, non ho mica
la forza Cate, e poi lo scricchiolìo, questo dolore
nella carne... i buchi, la paura che brucia Cate...
E mi sveglio urlando, ché la cicca m’è cascata sulla
gamba e m’ha bruciato, perdìo!
Corro in bagno, mi sciacquo la bruciatura, la
faccia. Vomito.
È una settimana almeno che guardo quei mobili e non
mi ci avvicino. Fumo e li guardo, li guardo e fumo.
E a un tratto mi chiedo da quand’è che compro le
sigarette. Forse quando mio padre è morto. Dunque
quando già ci aveva portato qui. E perché cerco
nella mente queste cose? E mi sale la malinconia e
il mal di testa. E dei mobili ho mica voglia.
Caterina è piantata in mezzo alla
stanza, il solito braccio ripiegato sul fianco. Era
almeno un mese e mezzo che non si faceva rivedere.
Un giusto lasso di tempo per mettermi alla prova.
Vedere quei mobili lì appena spostati in mezzo alla
stanza, non fanno che confermarla.
«Allora?» mi fa, «questa faccenda dei mobili la
risolvevi subito, vero?».
«Caterina, ricominci?», le faccio con tono
scocciato.
«Sì sì va bene va bene... Oh, lo so che non sono
mica più fatti miei. Però sappi che o loro o te!»,
dice alterata. «Mica ho intenzione di dividerti con
quelle bestie io, lo sai che mi fanno schifo,
soprattutto gli animali piccoli».
Gli «animali piccoli». Per Caterina si va dalla
farfalla al geco fino al pipistrello. Meglio, alla
paura del pipistrello, ché in casa nostra non è
capitato mai. Hai voglia a spiegare che certi sono
anche utili. Quando entravano in casa era tutto un
turbinare di urla, scope e stracci, anche vetri
rotti, una volta, di quelli a mezza luna, sul
sopraporta, che per trovare uno che ce lo sostituiva
si fece il giro delle sette chiese. Invece a me gli
animali piacciono... piacevano. Quando stavamo giù,
mio padre aveva i cani. Ma c’era il giardino grande
e la campagna e ora a me parrebbe di segregarlo un
cane. O un gatto, anche se questo è un tantino più
cazzi suoi. In città non puoi tenere niente, ci
stanno solo i peggio animali: i piccioni, le vecchie
rincoglionite che gli danno da mangiare, i gabbiani
che s’ingozzano in discarica. Altro che pesce e
simboli della libertà. Quelli, quando si mettono di
mattina sui tetti a centinaia, ti tolgono l’anima.
Ora sono arrivati pure gli storni, che da lontano
paiono moscerini al tempo della vendemmia e qualche
buontempone, qui in città, ha convinto
l’amministrazione a mettere un amplificatore con il
verso del nemico naturale per tenerli lontani, dice,
che ora la gente della piazza in centro non sa se
lamentarsi più dello starnazzo inconcludente e
inutile che fa notte e giorno il mangianastri
strombazzato o dei quintali di guano che lasciano lì
quegli inferni. Meglio i merli: li vedevi con quel
capino schiacciato che lelli lelli ti saltellavano
come topi sotto le magnolie del parco comunale, ti
guardavano di sbieco e poi via, a tuffarsi nella
siepe.
In città mi piace stare al
chiuso. Gli animali li soffro, mi agitano, non li
voglio vedere nemmeno da lontano.
«Oh, ma mi ascolti? ma possibile che vai sempre in
tilt se ti dico ’ste cose?».
«Sì sì che ti seguivo, solo che mi era venuta
un’idea per risolvere la faccenda...» butto lì,
sperando che Cate non mi chieda cosa.
Per una volta sono fortunato, non insiste. Fumiamo
una sigaretta. Io appoggiato al lavandino, Cate allo
stipite della porta mentre guarda i miei mobili
nell’altra stanza. Fumiamo senza dirci niente.
Chissà che pensa Cate, mi chiedo. A me, invece,
qualcosa è venuto. Confusa, anzi confuso. Non è mica
un’idea, è un ricordo. E siccome non mi piace, lo
dimentico.
«Va beh, concludo», dico.
Cate non risponde. Smette di fumare, prende la
borsa, va via. Un’ora dopo mi chiama al telefono e
fa più conciliante: «Bruno, oh, sono io. Guarda,
pensavo prima che, forse, dovresti andare da un fai
da te del legno o in qualche negozio del genere. Non
so, ci vorrebbe qualche prodotto per eliminare
quelle bestie. Se ci vai credo che loro potranno
consigliarti, sai? non aspettare troppo, vacci.
Promesso?». Ecco cosa stava pensando: lei è una
pratica. Mica ha torto. Dall’altro capo del telefono
si sente anche un «ciao Bruno!». È la voce del nuovo
compagno di Cate, un ingegnere elettronico.
Simpatico, davvero competente, dice. Un po’ strano.
È appassionato di libri fantasy, ma a parte i funghi
rossi a pallini, le saghe nordiche, i Nani, i Troll
e gli incantesimi, è uno completamente fissato col
tecnologico. A casa hanno una cucina che mi son
ghiacciato solo a vederla, tutta efficiente d’acciai
com’era. Manco la fiamma ci s’accende sotto la
pentola, ché appare un cerchio rosso sotto un vetro
fumé. Però l’acqua bolle, anche se per capire come
s’apriva il rubinetto in bagno, quella volta che
m’avevano invitato, ci ho patito un po’. Per uno
spaghetto, m’è parso troppo.
«Promesso?», insiste Caterina.
«Promesso...».
Sul divano stiro con le dita una vecchia
stampa sdrucita. Dentro c’è una strada, una strada
che in fondo curva bruscamente. Sui due lati un
campo di grano, dei corvi radenti verso un orizzonte
che si spegne in nuvole alte. Il grano piega verso
il fondo della tela, il verso squillante dei corvi
fa eco nel rombo lontano del tuono. Ondeggia, il
campo di grano, le spighe frusciano ruvide sulle mie
braccia. E poi il grano diventa un mare e il cielo
si fa grave di nuvole e più corro e più sono nel
buio e nei lampi. E la paura, la paura e l’angoscia,
ché già so cosa c’è lì in mezzo e nell’oro che
squassa come un rumore di ali. S’allarga rasente le
spighe e poi spacca l’aria e le orecchie lo sfrasco
tremendo, il muggito come un pensiero troppo denso e
sbuca, sbuca fuori quel cranio che mi afferra e mi
rumina via.
Stamattina, basta, ho fatto un salto dal
fai da te del legno. Ho comprato un prodotto che si
spruzza con la cannula. Serve a sterminare le uova e
le larve nel cunicolo che si sono scavate. Poi,
l’addetto mi ha consigliato un prodotto da
spennellare su tutta la superficie dei mobili e una
stecca di cera per tappare i buchi. I prodotti hanno
un puzzo di chimico che schianta i polmoni. Ho
dovuto comprare anche un camice, una mascherina e un
paio di guanti in lattice che sembro il medico
Terzilli della mutua.
Ho guardato i mobili, mi sono avvicinato ai buchi e
li ho esaminati da vicino. Via, bisogna mi dia da
fare!
Mi siedo sul divano, mi accendo la
sigaretta e penso. Fumo e penso. Ma che avrò
comprato il prodotto giusto? e che insetti saranno:
tarli, tarme, cosa? Al bordo della latta leggo una
sequela di nomi, ma se, diciamo, il cittadino che
sta dentro al legno qui nella lista non ci fosse, il
prodotto sarebbe efficace lo stesso?
vattelappesca... Però a un tratto me ne accorgo che
mi sto solo prendendo per i fondelli. E lascio tutto
lì.
Stamani mi sono buttato furiosamente
alla ricerca di una traccia, un libro, una guida,
mica mi torna in mente bene, ché doveva essere un
manuale in dotazione al padre di mia madre che
faceva il guardia forestale. Ha ragione Cate, questa
casa è un casino. Un libro con una copertina
particolare, mi ricordo, sugli insetti nocivi nelle
abitazioni rurali o forse su quelli nocivi al legno,
non mi ricordo... eccolo qua, comunque... Eh, 1929,
copertina aragosta ormai sbiadita, al centro un
disegno con dentro un insetto su una foglia
smangiucchiata. Sulla prima pagina trovo la
stampigliatura: «Milite Nazionale Forestale Pierro
Domenico», mio nonno, appunto. Insomma, alla fine,
mi son fatto una lista:
Anobium punctatum
Callidium violaceum
Xestobium rufovillosum
Hilotrupes bajulus
Lyctus brunneus
eccetera. Però per vederli bisogna aspettare
sfarfàllino: qualche mese, mi dico. Ma sono punto e
a capo, ché l’ho già visto che il veleno li uccide
tutti: quelli che il legno se lo mangiano e quelli
che ci dormono solo dentro. E questo libro m’ha
messo il magone e il magone il mal di testa. Che ci
sarà mai in quel buco? una larva, certo. Flaccida,
debole, rintanata nel buio, nel caldo del legno. Si
fa avanti mangiando... ma va avanti? e se andasse a
destra o a sinistra o addirittura in basso per non
dire indietro?
Dalle pagine spesse del libro, brunite sul bordo,
fugge via un pesciolino d’argento. Annuso la carta:
sa un poco di muffa.
Un terrario. Uno di quei terrari con le
pareti di vetro che usano gli etologi e ci vedi
chiaro cosa succede dentro e ti spieghi tutto, tipo
Danilo Mainardi. La scatola contiene strati di terra
compatti. In superficie uno strato d’erba. Sotto
l’erba un terreno duro e ciottoloso. A unire il
terreno suddetto e gli strati più friabili,
radicette e rizomi. In un punto poco sotto la
superficie, tra una radice e l’altra, dorme una
larva che mi somiglia. E, siccome mi somiglia, non
mi va mica tanto che Danilo dica che poi io divento
insetto perfetto, una botta giusto per la
riproduzione e poi arrivederci e grazie. No no, e
tra l’uovo e l’adulto, c’è la larva: e quella ti
campa parecchio là sotto, la vogliamo considerare
per bene?
Ultimamente ragiono male. Sono stanco,
mi dico. Ma di che? Fumo.
Tra le cose ravanate ho ritrovato un
vecchio libro, la storia di un bambino-formica. Me
lo portò mio padre da Firenze. L’aveva preso in una
libreria grandissima, la più grande d’Italia diceva,
e mi sgranava gli occhi, come per impressionarmi. E
poi, quando anch’io ci andai a Firenze la prima
volta, la libreria s’era già ristretta e s’era fatta
piccola piccola. Oggi non c’è nemmeno più. Insomma,
ho riletto la storia del cinipe nella galla di
quercia e quella del sirice giovenco. Poi sono stato
male e il libro l’ho messo via. Certe letture non
dovrei nemmeno farle, mi agitano.
La televisione ha detto che nel 2007,
per la prima volta nella storia, più della metà
della popolazione mondiale vivrà in città. Ma mica
in centro. E oggi, la casa mi sembra una bara e
vorrei uscire. Ma fuori c’è la città, che è una gora
terribile, come la città. Penso, ma non mi viene
niente. Allora fumo.
Caterina si aggira per la casa
preoccupata. Mi vede sottosopra e non capisce. Mi
passa le dita tra i capelli. È contenta che abbia
acquistato i prodotti antitarlo. Però, quando
s’accorge che non li ho mica usati, mi dice gnoccata
che un altro po’ è Natale, che sono sempre il solito
fancazzista. E sbatte la porta.
Me lo aspettavo. Lo scricchiolìo nei
mobili s’è fatto insistito. Scavano e si nascondono.
Guardo il mobilio e fumo. Fumo e mi ricordo come ci
restavo volentieri in campagna d’estate. Mia nonna
preparava il letto, mio nonno la lampada: pressava
all’inverosimile il combustibile nella caldaietta e
io avevo sempre paura che prima o poi esplodeva. La
fiamma sgassava fuori il blu penetrante del carburo,
ma mica durava tanto, ché dopo qualche minuto
regrediva al giallo. Fuori, il cane iniziava ad
abbaiare al buio e al nulla, e dal nulla usciva il
gracidìo delle rane e alle rane rispondeva l’assiolo
e all’assiolo il silenzio. Il silenzio in campagna è
insopportabile come la notte. Perciò gli animali
fanno rumore.
La corrente al pagliaio di nonno arrivò nel ’74, ma
tanto non illuminava più niente e nessuno, perché la
gente se n’era già emigrata tutta. A parte le stelle
e le lucciole.
A me la campagna mi pareva un chissacché,
ma mio padre m’ha sempre detto che quando ci andavo
io la campagna sembrava viva, però era già morta. E
io tante cose che mio padre faceva, mica le sapevo
fare. Lui aveva studiato e non me le ha insegnate
perché i lavori di campagna li fai se servono. Mica
sono esercizi di teoria.
Quanto tempo è passato? e ora, di primo acchito,
mica mi ricordo più, poniamo, quando è il tempo del
mosto o quando si fanno le potature. Mi devo mettere
a ricordare.
La campagna era una lotta. Per esempio
mia nonna amministrava l’acqua nei solchi e a un
certo punto le venivano come attacchi d’isteria, di
colpo gridava e menava fendenti con la zappa. E mica
era impazzita, era solo che là sotto c’era la talpa.
Mio nonno, invece, mi portava a pascolare le mucche.
Prima aveva anche le pecore, ma quando c’ero io le
aveva già vendute tutte. Alle vacche ci devi stare
attento, basta una distrazione e poi ti tocca andare
a pararle fuori dalle frasche o dal terreno del
vicino. Ma le più inferne sono le capre, ché ti
bevono alle fontane come i cristiani e hanno un
morso amaro come la morte.
Gli animali sono una schiavitù, diceva mia nonna.
Producono, ma tu sei servo loro. Mio nonno non
andava nemmeno ai funerali dei parenti, ché le
vacche reclamavano. Mia nonna, invece, ci andava
anche per starsene in paese. Per sfuggire dai
conigli, dai maiali, dai pulcini che quando
s’appisolava sulla sedia le scalavano la testa. Mia
nonna ce l’aveva con gli animali d’allevamento.
Quelli selvaggi, invece, si fanno le cose loro e
nessuno gli dice niente, almeno fino a quando non
dissestano qualcosa. Tipo la dorifora che i miei ci
facevano le tauromachie o le vespe quando si scavano
le pere a una a una che dopo le puoi solo buttare.
C’era poi... c’era questo scricchiolìo
insistente... se te ne stavi solo nel pagliaio
oppure nelle ore della sera lo sentivi, ma mica
capivi da dove veniva. Si nascondeva o cambiava
posto. Tipo che se tu, nel silenzio, seguivi il
ticchete-ttacche della sveglia sul caminetto, poi
dopo un poco ti arrivava nell’orecchio questo «gneek»
o questo «criek». E mi chiedevo se era la trave o la
scala a pioli che metteva in soffitta, il tavolone o
la botte piccola che ci portavano l’acqua dalla
sorgente. «Gnee-ek!». E avevi paura di uno schianto
improvviso.
Ultimamente ho letto da qualche parte
che alle volte questi animaletti del legno sono
attratti dalla radice di liquirizia. Ma mica ho
capito se da insetti adulti o no. Mah, mi pare che
le larve se ne fregano. Però, visto che ce le avevo
nella credenza di cucina, qualche stecchetto l’ho
posizionato per terra, quasi sotto il mobilio. Al
massimo se ne staranno lì fino a marzo-aprile.
Guardo l’armadio. Fumo e mi ricordo che
mio nonno è andato alla fiera a piedi con due
mucche. La mattinata sale in un’insolita afa
tremenda e umida che non se ne può più e il tempo
peggiora, ché si presenta all’orizzonte una nuvola
strana, che si stira stretta alla base e cresce
enorme sopra la testa. Nera che non l’avevo mai
vista, pure se occupava solo metà del cielo. Si leva
un vento che non ci si regge e fa tutto di polvere e
paglia e fogliacce e l’olmo sotto casa fischia e più
avanti pure il gelso vecchio, tutto cavo com’è di
formiche. Nonna mi fa segno di entrare nel pagliaio,
mette dentro le galline, chiude tutto, sale in casa
giusto poco prima di un tuono che trema le pareti e
poi grandine a finimondo. Nonna si sgrana il rosario
e prega e mette sul caminetto i santini. La Madonna
ha un vestito nero più del temporale, meglio
Sant’Antonio, almeno è col maiale e San Francesco,
ma mica è quello del lupo. Però l’acqua aumenta e il
vento pure e il grano si piega e s’ammassa e nonna
si dispera e io non so che fare, ché mi sento
isterico e il pagliaio chissà se resiste mi viene da
dirmi. Ma non me lo dico, se no mi impaurisco
dell’altro.
È stato in quel momento che abbiamo sentito il
rumore sotto casa. Sembrava qualcosa che si trascina
dietro tutto, metallo e vetri rotti e poi un
muggito, un muggito folle, che dal terrore la
vitella s’è scatenata, ha rotto la porta ed è
fuggita fuori e scalcia e corre nel campo che
s’abbatte. Non so se è stata la paura, ma dietro ho
visto lanciarsi la nonna, e mentre urlo «torna
indietro!» fuori corre solo un vestito nero che si
mischia col nero nell’oro agitato del grano e
l’ombrello e il bastone di nonno che serve a parare
le vacche. Il muggito, il grano, l’ombrello piegato
e poi una luce accecante come un tronco che si
spacca e io tutto bagnato sul pianerottolo non vedo
più niente e m’infilo sotto le scale.
Il ripostiglio è caldo e asciutto di
paglia. Me ne sto in fondo, dietro la sella della
cavalla, i finimenti, il falcione lungo per l’avena,
l’incudine, la mola per arrotare le lame. Sto nello
scuro, qua dentro, in fondo, come una pancia. E lì,
nel silenzio perfetto, nei legni, nelle travi, nei
manici degli arnesi lo scricchiolio che mi fa
compagnia e anch’io voglio andare in quei buchi.
Fumo e mi ricordo il nonno che mi scuote e mi
trasporta in braccio. E anche Cate mi ha scosso e ha
detto che ormai ho scelto, e ho scelto male e ha
sbattuto la porta.
Di Caterina non riesco a ricordare quasi
la faccia: del resto, da tanto lei non viene più. E
io? da quando sto qui, seduto in mezzo ai mobili?
giorni, secoli?... Alle volte mi addormento, sogno
un rollìo, i legni assemblati che resistono male
alla forza cui mi lascio andare. Invece è che gli
scricchiolii si insinuano fino nel sonno e io,
ormai, li faccio sempre entrare. Oggi s’è spezzata
di schianto una zampa dell’étagère. Ma forse è solo
l’impressione. O la fame. Mi piego e lentamente, ai
piedi del mobile, tra la polvere e la miriade di
carcasse morte dopo la riproduzione, raccatto da
terra l’ultima radica di liquirizia, intanto tarlata
anche quella.
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Una vicenda senza tempo
Marco Onofrio, La dominante, Sovera
Editore
Serena
Maffia
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Una vicenda senza tempo quella raccontata da
Marco Onofrio nella sua piéce “La dominante” pubblicata da Sovera
Editore. Tre filoni narrativi si intrecciano in un vortice
raccapricciante che pone il lettore davanti alla realtà dell’amore
materno che protegge la specie e la preserva. In che senso? Nel
senso che rende la famiglia indistruttibile, salda e compatta.
La madre dominante protegge la famiglia intera con la propria gonna,
porgendone i lembi a tutti i componenti. Coloro che vi si
avvinghiano però sono soltanto i componenti della famiglia di sesso
maschile; le femmine sono proiettate a crearsi altrove il loro
nucleo familiare. Per i maschi è diverso, le madri sanno che i loro
uomini corrono il rischio di cambiare famiglia, addirittura di
farsene una propria nella quale a governare è un’altra donna, una
estranea, una ignorante sulle tradizioni e l’educazione della
famiglia da cui proviene il maschio-sposo. Il proprio figlio maschio
perciò rischia pericolosamente di perdere la sua identità, o più
precisamente l’identità di sua madre come modo esemplare del vivere.
La straniera è pronta ad affilarsi le unghie anche lei per
proteggere i valori della sua famiglia d’origine. E chi vince?
In genere mai nessuno, anche se negli ultimi anni il 90% dei divorzi
attesta che a vincere sono le suocere, causa principale dello
sfasciarsi delle nuove famiglie.
Ma “che razza di animale è la suocera”?
Di solito la suocera sfascia famiglie è una donna estremamente
curata, che ama i dettagli, e che preferisce vedere morto suo figlio
anziché vederlo allontanarsi da sé.
Si tratta in genere di donne-commedianti dal sorriso e dalla voce
falsa, che hanno usato tutta la vita stratagemmi per ottenere ciò
che volevano, e pertanto esigono che ciò che si sono guadagnate con
la fatica delle loro carezze ingannatrici non venga loro sottratto
mai.
E sempre con le solite ipocrite carezze riusciranno a tenersi
accanto i loro figli maschi fino alla morte. Figli sottomessi ai
voleri della propria regina-madre al cui tono di voce appena più
alto abbassano il capo. Non si disobbedisce per nessuna ragione
infatti alla madre-dominante. Mai e per nessuna ragione.
Le sventurate mogli di queste creature, più vegetali che animali,
devono aprire bene gli occhi e mollare la presa: non perdono niente:
non sono uomini ma bambini ai quali va cambiato tutta la vita il
pannolino!
Soprattutto non è accettabile stare con un uomo che al momento
dell’orgasmo preferisce rispondere al cellulare anziché eiaculare,
perché sa che è sua madre ad insistere.
Questo tipo di uomo avrà sempre e solo una donna nella sua vita: sua
madre.
Ma se, come nell’opera di Marco Onofrio, la suocera viene a mancare,
per motivi naturali, si intende, come per una morte accidentale in
una vasca da bagno per un fon caduto per caso dalle mani della nuora
nella vasca da bagno, allora la situazione cambia.
Lo scettro viene impugnato dalla nuova dominante: la moglie-padrona
che si incorona regina del suo uomo, della casa e della sua
famiglia.
Purtroppo però si tratta solo di un miraggio. Il bambino non
crescerà mai e la famiglia non si costruirà comunque. Ed ecco
spiegato perché Dio, dall’alto dei cieli, ha dato lunga vita alle
donne-madri-dominanti, che come avrete notato: non ne vogliono
proprio sapere di morire!

Il segreto della rigenerazione I
viaggi di Cagliostro nella La divina truffa di Sergio Campailla
Fabio Pierangeli
..........................
La
fortezza esiste. Ora non è più come prima. Dopo la storia, vi ha
allungato la mano la grande letteratura, l’affabulazione, la traccia
di un mistero diabolico sospeso tra la vita e la morte. Luogo di
allucinazione, vertigine e svenimenti, turbamenti per la lettura
avvincente, per certi versi traumatica, per la forza degli eventi e
della parola acuta, sempre allo spasimo nella sua capacità ritmica e
di brevitas, nervo sempre teso, dell’ultimo romanzo di Sergio
Campailla, La divina truffa, Bompiani. Chi ha girato le frastaglie
dell’Appennino può riconoscerla: San Leo, alta, inespugnabile.
Eppure l’ululato dei lupi, come una cantilena nello strepitoso
incipit, ci trasporta nei tempi di un orbita altra, di menzogna e
sortilegio: alla fine del Settecento, tra incredibili chiaroscuri, e
in una striscia atemporale, quella della scrittura, capace di una
inattualità sempre attuale, assunto ancora una volta il punto di
vista graffiante, aggressivo, di un “controcodice” (felice ed
emblematico titolo di una raccolta di saggi del Campailla
interprete-scrittore, una vetrina di personalità letterarie
controverse).
Il
mago, il truffatore, al secolo Giuseppe Balsamo, nei lustri delle
invenzioni e delle truffe Alessandro Conte di Cagliostro, si trova
prigioniero dentro la torre all’inizio delle quasi 600 pagine,
apparentemente ormai innocuo. Molti lo temono ancora, specie
all’interno della Chiesa: non bisogna farne un martire. Il vasto
paesaggio sembra circondato da una notte eterna e quel canto lugubre
del ferino, così vicino al grido di violenza umano, mette brividi da
licantropia. Si attende qualcuno a San Leo, e l’attesa, ombra
sinistra, cresce sul biancore irreale della neve, simboleggia una
malia perversa da cui tutti sono affascinati: «Soltanto il Demonio
poteva mettersi in marcia, in un notte come quella. Il gelo entrava
nelle ossa e procurava un tremito. Era un tormento dell’inferno,
quello! Bisbigliavano. Veniva forse a causa dell’ultimo incidente? A
causa di quella brutta storia? Una guardia precipitata dal bastione,
sull’altro versante, dove la rupe calava in verticale sull’abisso.
Per la verità, tutti sapevano che non era caduta per un fatale
errore, che si era gettata. La cosa peggiore era questa: che il
corpo non era stato trovato».
Il
corpo non era stato trovato, e senza il corpo la morte non è mai
certa, si consegna alla materia ondeggiante delle supposizioni e dei
raggiri, delle ipotetiche resurrezioni: così avverrà nel finale, con
una sparizione di ben altra importanza, in un crescendo spasmodico,
nella struttura circolare e a gambero con l’idea geniale di
raccontare, chiusa in tre capitoli, l’inizio e due conclusivi di
nuovo a San Leo e nelle stanze segrete del Vaticano, tutto il resto
della storia a precipizio verso l’utero materno della terra, dove
Balsamo recide il cordone ombelicale per diventare Cagliostro.
Nelle
ondate di emozioni, prima che si sveli il profilo del prigioniero,
atteso come il protagonista sommo di una epopea di personaggi minori
affannati nell’ombra della sua luce contraddittoria, e ora
all’apparenza dimesso, scheletrito dalla prigionia, dalle atroci
torture, in quella trentina di pagine iniziale in sua assenza,
comprendiamo che l’alchemico ammaliatore è la vibrazione stessa,
potente, della scrittura, in grado di ridar vita a ciò che è morto e
a nascondere il corpo, riaccendendo le stesse passioni furibonde,
gli odi e gli amori scatenanti. Il prigioniero della imponente
storia nel tempo della storia vera e inventata, ricostruita e
infarcita di particolari, di scene teatrali, di sfarzo, di
personaggi memorabili, altrettanti emblemi, è Sergio Campailla, in
uno stato di grazia eccezionale. Attira in quella cella di
isolamento dove la creatività baluginante si distende nel labirinto
di una storia lunghissima, affollata e appassionante, che ti chiude
dentro, tappate le pareti con il sughero di Proust, e ti imprigiona
ai ferri corti con il suo personaggio, il divino truffatore, nella
rinnovata atmosfera dei grandi romanzi dei Dumas immessi nei giorni
labirintici dei grandi scrittori russi dell’Ottocento: chiede
udienza al tuo perbenismo e alla tua voglia di sognare ed essere
diverso, in una battaglia di identità tra quello che ognuno poteva
essere e non è stato. L’inquisitore, Francesco Saverio de Zelada,
tra i personaggi più memorabile insieme ad alcune donne e al
governatore Semproni, giunto alla prigione, vuole constatare
personalmente il rigore della prigionia di Cagliostro e si trova
davanti ad un orrore dentro il quale nessun altro uomo avrebbe
potuto resistere. Da questa carcassa d’uomo, si elevano le grandi
sfide nella lotta tra il pensiero illuminato e i vecchi poteri. La
posta è ben più alta: non la terra, ma il cielo, l’al di là, la
possibilità di dare vita, di rigenerarsi, l’eterna giovinezza dello
spirito e del corpo: «La rigenerazione, sia fisica che spirituale,
appariva l’ultima frontiera e Cagliostro ci credeva e suscitava la
fede degli altri. Credi! Credi! Questo è il segreto. E il sogno si
realizzerà». L’Inquisitore dovrà constatare, attraverso segni
inquietanti della cabala, lettere anonime da decifrare in complicati
codici, l’identificazione di Cagliostro con il capro espiatorio e,
infine, senza volerlo pronunciare, con il Cristo stesso: Ecce Homo,
come ricorda l’autoritratto di Dürer in copertina. La scomparsa del
terrore della morte su cui punta il potere per irretire il popolo di
superstizioni, sarebbe abbattuta se i rituali alchemici potessero
veramente donare la vita o prolungarla a piacimento. Cagliostro
rappresenta un novello Esculapio, a cui, nel momento del suo massimo
splendore, per esempio a Strasburgo e in un primo tempo in
Curlandia, le folle si rivolgono, come nel Vangelo, per trovare la
guarigione. Campailla si muove attraverso documenti e decifrazioni,
nei cunicoli delle storie, sempre attento ad unire i lembi del
magico, diabolico e misterioso, con i motivi economici o erotici che
muovono il grande teatro del potere, dove il diverso, sia esso un
truffatore o il sapiente di verità docile, troppo in anticipo con i
tempi, viene perseguitato, se non si mette in linea con la mentalità
comune o le necessità di chi comanda. In questo vastissimo panorama,
la narrazione, lo stile, la scrittura, nella sua cellula di miele
abissale, arriva a poter essere assimilata a quella prigione,
a quella ributtante povertà del prigioniero. Basta una penna o un
computer, una cella in cui rinchiudersi per creare un mondo
alternativo, tremendamente attuale. Si dirà più avanti nella
narrazione, ovvero indietro nel tempo della storia di Cagliostro, a
pag, 403: «Caduti i freni inibitori, la tendenza si accentuava. Era
dotato di un irresistibile talento affabulatorio». Questo permette
allo scrittore, letteralmente, di esistere nel rapimento estatico
della creazione di un possente universo parallelo, visionario. La
capacità della memoria resta prodigiosa, si esplica nei dettagli
delle storie, conta cinquecento stanze, conservando una tensione per
sua stessa natura ribelle, esplosiva, documentata, nel caso
specifico, dall’intatto fascino ambiguo di Cagliostro, già
consegnato alla fama immortale della letteratura dal libello della
sua vita e degli atti processuali di Roma composto dal Barberi (qui
personaggio viscido e vigliacco, inetto dentro una storia più grande
di lui) ancor prima della morte, proprio durante la
segregazione di San Leo.
«Il
cardinale non sapeva una cosa: che l’Impostore, durante i giorni e
le notti della reclusione, si ritirava nel suo palazzo privato,
sconosciuto a chiunque altro, il castello della memoria. Contava
cinquecento stanze […] Era un castello che nessuno aveva mai
visitato prima. Una specie di labirinto, dove potevano entrare
esclusivamente i ricordi autorizzati. Lui ne abitava una stanza al
giorno. La arredava, decideva i soffitti e i pavimenti, selezionava
i mobili, gli arazzi, i dipinti, gli specchi. Era un lavoro che
richiedeva tempo. Spostandosi da una sala all’altra, teneva a mente
la mappa complessiva. Da quando aveva cominciato quell’impresa, era
arrivato alla stanza 275».
Sarà
veramente inoffensiva questa muta ricognizione della memoria, la
stessa dello scrittore teso a non far sfuggire i personaggi riottosi
e a placare quelli debordanti in una storia affollatissima? La morte
suicida del soldato dopo aver incontrato quell’uomo quasi cadavere
sta a dimostrare il contrario; così la preoccupazione
dell’Inquisitore, del direttore delle carceri, la superstiziosa
paura delle guardie.
Da
questa stanza chiusa, si dipana la storia per poi tornarvi, in un
loculo ancora più stretto, già lenzuolo di morte. Tappe di capitoli
autonomi, in una sorta di straniante Grand Tour per l’Europa
appresso alle gesta eroiche di Cagliostro. Dalla processo e alla
incarcerazione a Roma (con la volontà folle di cercare di convertire
il papa al rito massonico egiziano che equivale, di fatto, a
gettarsi nelle mani dell’Inquisizione, che altrove avrebbe potuto
evitare), fino a discendere nei bei capitoli di iniziazione a Malta,
dove in mare incontra il Maestro Althotas.
Nella
parte splendida del distacco dalla terra ancestrale, la Sicilia,
luogo angusto per il divino Impostore, si intreccia il destino dalle
tinte in parte autobiografiche di tanti romanzi di Campailla,
proprio a partire dal primo: Una stagione in Sicilia. Tutto parte da
qui, e Cagliostro non si sottrae a questa prima impressione, tra
Scilla e Cariddi. E’ il momento in cui il futuro deve ancora
avvenire, e Cagliostro solo un ragazzo, come molti. Un uguale per
cui la forma che prenderanno i sogni lo faranno diverso, scomodo:
«Sotto il sole accecante di Palermo o, nell’ombra inquieta, contro
un muro, mentre si masturbava furiosamente, lo aveva invaso il
delirio di lasciarsi tutto alle spalle, di ricominciare daccapo, di
diventare protagonista di un’avventura eccezionale, che gli altri
non avrebbero nemmeno potuto immaginare». Fin qui le aspirazioni
legittime di tanti ragazzi, anche di oggi, figure simili a ‘Ntoni
Malavoglia. Poi lo scarto, il presentimento di un destino grande e
terribile, la rigenerazione, nelle forme più svariate, dal corpo
allo spirito e ritorno: «Voleva morire e rinascere: nascere da se
stesso».
Abitare
poeticamente la terra, il dono di Emerico Giachery
Fabio Pierangeli
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Abitare
poeticamente la terra significa, per Friedrich Hölderlin, letto da
Heiddegger, «essere alla presenza degli Dei ed essere toccati dalla
vicinanza dell’essenza delle cose».
Verbo
straordinario toccare: esprime nell’intimo quell’unione di
meraviglioso e familiare accarezzato dall’alta poesia di tutti i
tempi: basti pensare ad alcuni strepitosi, immortali incipit
leopardiani, dove egualmente un aggettivo generico o logorato dal
parlato si accosta alla espressione più alta dell’ineffabile: cara
beltà, graziosa luna.
Toccare, abitare, con quel tanto di inaspettato che il poeta, pur
aeternus sa cogliere, riportandoci al centro delle questioni
esistenziali che più ci stanno a cuore.
Ed
Emerico Giachery è un puer, come esprime in uno dei suo vertici di
interprete maieutico di poesia nel recente libro dal titolo
suggestivo ed esplicativo, appunto Abitare poeticamente la terra,
Carpena edizioni, Lugano.
Se la vita è al fondo “poetica”
nella sua luminosità di incontri, di occasioni, di errori che
immettono dentro una verità per sentieri imprevisti, Giachery ne
coglie la musica, il concerto e il ritmo, di voci diverse, ognuno
con la propria caratteristica, con la propria voce, che si erge
polifonica nell’inno alla vita, alla gioia. Non è dunque un libro
per gli addetti ai lavori, è un volume creativo, un romanzo di
formazione, capace, attraverso le esperienze della poesia, di
parlare ad ogni uomo di temi come la grazia, la bellezza, il dono
dell’arte e della amicizia. Pur aspirando ad un falansterio
spirituale, lontano dal cicaleccio e dal rumore di certa modernità
(si legga l’elogio del silenzio e della leopardiana quieta, sempre
nel sublime tratto introduttivo), Abitare poeticamente la terra si
fonda sulla descrizione di una umanità profondamente aperta sia
all’uomo colto, in grado di comprendere tutti i passaggi di una
cultura enorme e fermentante, sia all’uomo semplice, egualmente in
attesa di verità quotidiane per cui vale la pena vivere o aver
vissuto: l’uso del termine poesia del titolo rimanda ad un
significato molto più esteso di quello comune, un modo vivere
consapevole del dono ricevuto. E mi piace ricordare, in questo
senso, con Giachery, Elio Fiore, poeta scomparso di recente e su cui
è calato il silenzio, troppo presto. Di lui poeta si può discutere a
lungo, ma è indubbia la poeticità della sua vita esemplare: «ha
saputo costruirsi, con una fede davvero illimitata nella poesia, e
con un candore di fondo», indispensabile per chi voglia abitare
poeticamente la terra, intrecciato in lui con una povertà quasi
francescana. Da questa vita esemplare (con il monito che non tutti i
poeti l’hanno avuta, perché molto spesso l’afflato spirituale che li
attraversa entra in anima fredde, a volte rissose e invidiose),
Giachery si muove per un lungo viaggio, denso e affascinante come un
romanzo, il cui motore silenzioso sono le citazioni dagli universi
più disparati, nella suggestiva fratellanza che si offre come
modello di vita, per una società nuova, intesa come invito «a tener
conto della possibile ricchezza di senso simbolico e spirituale di
tanti nostri atti di vita quotidiana».
Cacciatore
di storie tra le riapparse lucciole di Pasolini. La meta di Sophia
di Marco Baliani
Fabio
Pierangeli
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Convivono con l’ombra di Pasolini gli ultimi lavori di Marco Baliani,
nel teatro, nel toccante spettacolo di Roberto Andò, La notte delle
lucciole , nell’ultimo libro di racconti autobiografici, La meta di
Sophia, editi da Rizzoli, in cui il primo frammento, ancora sulla
porta di entrata, quasi ad evocare un Maestro compagno di
vagabondaggio in quel tratto di strade sudice, è uno straordinario
omaggio a colui che si nomina soltanto come il Poeta, ucciso proprio
lì, all’Idroscalo di Ostia.
Una
prostituta perennemente incinta diventa la vestale di quel mausoleo
della poesia infisso in una landa desolata, «un piccolo monumento,
bianco e isolato, messo lì per ricordare un amico Poeta malamente
morto ammazzato proprio in quel posto».
Da questa desolazione, inondata
dalla poesia, dall’uccisione della poesia, dalla possibilità eterna
della poesia, già raccontata nel precedente Nel regno di Acilia,
accesa letteralmente dalle lucciole (le prostitute, in gergo
romanesco), il libro si muove per incontrare altrettante luci
divaganti, stremate, eppure accese a dispetto della società che li
ha già condannati ad una esistenza di stracci. «Luoghi provvisori»,
dove accade di trovare un “insolito approdo”, quelle figure umane
eccentriche, dimesse dal mondo, cristallizzate su fissazioni di
tutta la vita, pietra battuta sulla testa, che formano, nonostante
tutto, il teatro più autentico della vita, al di fuori della grande
abbuffata del potere, della grande omologazione descritta da
Pasolini proprio nella celebre immagine delle lucciole. Baliani
percorre quei luoghi ora con il tocco leggero della memoria, ora con
l’onnivora curiosità del cacciatore di storie, sempre capace di
provare sentimenti intensi, dalla meraviglia al terrore,
trasmettendoli con vigorosa semplicità al lettore. Il realismo
estremo di questo detective della stranezza scivola nel sublime
magico e selvaggio, nell’alveo materno della grande foce del fiume
di Enea, tanto che ci dobbiamo chiedere se veramente esistono
personaggi-mito come il fecondatore della terra, col suo
membro-proboscide, il commodoro e l’incantatore di rane, capaci di
miracoli quotidiani, l’oracolo di Ostia, scavatori e tombaroli
furbetti o canagliescamente ingenui.

L'amore
sospeso di Giovanni Gregori
Serena Maffìa
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Finalmente un giovane scrittore italiano che si dà da fare, Giovanni
Gregori. Un romanzo da leggere tutto d'un fiato, con partecipazione,
ricco di colpi di scena che svelano scenari psicologici impensabili e
inaspettati. Un libro che lascia dentro l'amaro della vita, il sapore di
un tempo passato che ha segnato per sempre e che ci ha formato: gli
ultimi anni del liceo, gli anni della crescita umana e sociale, quelli
del cambiamento totale. Scritto con ingegno e sensibilità, con il cuore
e con la mente.
Un romanzo che fa riflettere, che induce a pensare, finalmente, a quella
grande percentuale di giovani che oggi, nel 2008, annegano nella
profonda crisi del disadattamento e dello sbandamento sociopolitico.
Straordinaria ancor più l’attualità di quest’opera se si pensa che
Gregori usa come tempo di svolgimento il breve periodo di Storia che va
dai funerali di Berlinguer alla finale della Coppa dei Campioni della
Roma, eventi entrambi incisivi nella storia dell’Italia e della
Capitale. Un libro che non trascura nulla delle problematiche giovanili:
l’educazione, la delusione, l’incomprensione, la politica, il potere, la
magia, la morte
Angela, angelo angelo mio
io non sapevo di Francesca De Carolis
Serena Maffìa
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Riguardo alla scrittura di
Francesca De Carolis non posso che confermare le parole di Vincenzo Mollica che
ha curato la prefazione del libro, una scrittura asciutta, anche quando si fa
poetica. Del resto se la scrittrice avesse riempito le pagine di una esagerata
aggettivazione avrebbe tolto al romanzo il giusto ritmo che lo rende piacevole e
accattivante. La De Carolis ha dimostrato di possedere una grande capacità
mimetica riuscendo a calarsi contemporaneamente nell’anima dei due protagonisti.
In questo modo è come se lei si fosse costantemente messa allo specchio cercando
di separare i due corpi e le due anime di Micelle e Luca perse nel loro sogno di
musica e poesia. La sua bravura ha evitato di essere il terzo incomodo e con
rigore ha sostituito Michelle adoperando la prima persona. Non era facile qualsiasi
scrittore viene preso dalla tentazione di porre sé stesso al centro della scena.
La De Carolis ha saputo tenere dentro e fuori di sé le angosce, le esaltazioni,
le cadute, i rimpianti, i dubbi senza inficiare quel sottile filo d’incanto e di
disperazione che ha legato le anime di questi due artisti. Un romanzo? Un romanzo d’amore?
Un saggio? Una biografia? Un diario. Cos’è questo libro di Francesca De Carolis? Niente di tutto questo, eppure,
tutte queste cose insieme. È un libro che ci restituisce
la grande emozione di vivere accanto ad un artista come Luca Flores. Flores componeva musica,
scriveva poesie, dipingeva. Perché non si accontentava di comporre solo musica?
Forse perché aveva bisogno di esprimersi in ogni direzione, Forse perché la sua voglia di
comunicare prendeva il sopravvento sulla logicità, sul pensiero. La sua
creatività era del tutto indipendente, libera, casuale, dadaista: <<La testa di un cavallo, gli
occhi di un fantasma, il sorriso di un clown, la spirale tronca di due
conchiglie, due ombrelli, uno in volo, l’altro che planava verso il basso a
testa in giù. Poi perle come gocce, o forse lacrime legate a un filo, e note a
dondolo in fuga da un triangolo. Figure cadute alla rinfusa sulla base bianca
del cartoncino, Come da una scatola di oggetti
che un bambino ha rovesciato in terra, dicendo: basta! È ora di cambiare
gioco>>, come la stessa autrice ci racconta. E la libertà, sempre, porta al
caos, alla confusione, al vivere in una dimensione che non è questa in cui si
vive tutti: la realtà. E in che realtà viveva Flores?
Nella Natura. In quello stato
emotivo in cui ogni gesto del Mondo è amplificato. In una realtà alla moviola,
dove il sole scalda il cuore, stende i volti, e il buio inquieta ma ti dà risposte: <<Aveva un modo molto
particolare di scavare dentro la musica, dentro ogni nota. Andava giù, giù,
ancora giù. Come tentato dall’esplorare chissà quali profondità>>. Luca Flores cercava delle
risposte, e forse era proprio trovandole che aveva deciso di compiere quell’ultimo
atto apparentemente estremo, ma “naturale”, spontaneo per un Dostoevskij. Non voleva che il Demone
prendesse il sopravvento su di lui, e quando parlo di Demone mi riferisco
certamente alla contraddittoria condizione umana in cui l’uomo è: animale sociale e belva feroce
che deve sopraffare. <<…solo una piccolissima
scrivania, una brandina e un piano, sotto le grandi travi del soffitto>>. Un nido. Il suo nido. Il nido
di un rapace. Ma pur sempre un nido. <<Nulla di più.. Era per me,
come avvicinarmi a un bellissimo animale selvaggio. Che non fuggiva>>. Così
scrive ancora Francesca De Carolis sostituendosi a Michelle. Una belva feroce che non voleva
essere feroce. Un uomo che amava ed odiava la vita. Soffriva. E si riacquietava
nel creare. Nel creare musica. Perché tutto il resto non era che musica: il
colore, la poesia. Quel percorso intrinseco, non ragionato ma comunque
costruito, che porta al raggiungimento di quell’equilibrio perfetto che è la
Natura, “matematica compiuta”, libertà
ed equilibrio insieme, in un’unica parola: jass. La musica per piangere, la
musica per ridere: <<Ho qui alcune foto di un
concerto con Chet Baker. Chet, illuminato dagli spot, al
centro della scena, che stringe con la destra la sua tromba. Le rughe scavate
del volto chino sul petto. Un viso inciso, come a colpi violenti sul legno. Gli
occhi chiusi, poi aperti su un altrove. Lui (Flores), fuori dal cono di luce,
rimane sullo sfondo, con gli occhi morbidi, in ogni scatto chiusi, o bassi sul
piano.>> A tratti il romanzo si fa
saggio, che, attraverso le immagini descritte da Michelle (copertine di cd,
fotografie, disegni) fa pensare al procedimento utilizzato da Roland Barth in
Camera Chiara. E ancora: la musica per vivere,
per dichiarare amore: <<Arrivarono timide alcune
note. Lui di là stava accarezzando i tasti del piano. Poi la musica cominciò a
crescere, crescere, fino a comporre giravolte nell’aria, prima leggere, poi
sempre più veloci e possenti. E l’esercizio del cerchio>> (matematica compiuta,
perfezione) <<delle quinte divenne un vortice di vento. Passione pura>>. Come meglio poteva definirla la
scrittrice? <<Passione pura>>. E la passione pura non può che
travolgere: <<Avevo tanto desiderato un
amore che travolgesse la mia vita>>. Ma prima ancora di travolgere
la vita di Micelle, la passione travolge la vita di Luca. Flores non giunge al
suicidio perché fino ad allora mascherato o protetto da una forza apparente. Non
è debole, non è un perdente. Sceglie. Di non arrivare a compromessi con la vita: <<So che dovrei uccidermi,
spazzarmi via dalla faccia della terra come un insetto immondo; ma il suicidio
mi fa paura, perché ho paura di mostrarmi magnanimo>>. Queste sono le parole del
personaggio più bello, più forte, più amato nei Demoni di Dostoevskij: Nikolaj
Stavroghin, che si rivolge in una lettera, per l’ultima volta, a sua madre. <<”Voglio morire” fu la prima
cosa che mi disse. “Io non voglio ancora morire”
fu la mia risposta. “Voglio che tu mi segua in ogni
cosa, e viva sul limite della morte”. “Ma io non voglio incontrarmi
ogni giorno con la morte”. "Io voglio che tu sia molto
forte, che sia un essere superiore che non ha bisogno d’aiuto. Devi conquistare
il mondo">>. Luca Flores avrebbe voluto
essere più forte del mondo; e la solitudine, il silenzio lo sostenevano. Lottava
per sé stesso e per nessun altro. E avrebbe voluto accanto una persona forte. Ma
come si fa ad essere più forti della persona più forte che si conosca? E
soprattutto come si può amare se si è soli? <<”Devi conquistare il mondo e
costantemente seguire me>> dice Luca a Michelle, <<e ogni mio spostamento. D’ora
in poi tu devi essere me e te insieme. Devi essere due”>>. Le richieste di Luca diventano
sempre più a senso unico. Micelle gli dice: <<”Io voglio essere una sola cosa
con te . Ma sento che la direzione che hai preso spinge giù, giù, giù…”>>. Una storia d’amore dunque? Io
la considererei più una storia di tensioni irrefrenabili verso la libertà.
Non è mai stato facile vivere
con delle persone complesse come Luca Flores, ma è stato sempre molto facile
amarle ed esserne affascinati. Persone con una sensibilità superiore,
sensibilità che smuove tutto l’essere (umano) come un recipiente troppo piccolo
per contenerla. Una sensibilità che stravolge, che trasforma, che invade, e
trascina dalla riva alla deriva, dalla gioia alla morte, con la forza del mare.
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