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   Polimnia Recensioni
a cura di Serena Maffia
Il racconto del mese  Antonio Celano  "Lyctus"

 Lyctus di Antonio Celano

Oggi la televisione ha detto che è agosto, ma che sulla costa ci sono stati un bel po’ di allagamenti, le trombe d’aria e la protezione civile in allerta. E anche qui una burrasca tremenda, le tapparelle hanno rullato tutto il tempo e l’acqua a secchiate e i tuoni a grancassa... I temporali li soffro, mi agitano, non li voglio vedere nemmeno da lontano. Una volta la casa dava quasi sul mare, soffrivo il libeccio. Adesso mi hanno costruito quattro casermoni davanti che hanno tappato tutto. Meno male. Così niente buriane e vento, solo una penombra spessa. Insomma, mi sento a mio agio: niente luce, niente spazio, zero cambiamenti. E poi mi piace guardare la confusione di vestaglie, canotte e mutande stese sul retro e i tinelli di vetro montati sui balconi zeppi di lavatrici, o altre cose inutili. Rompono un po’ i ragazzetti con i roller o gli skate. Tanto, la maggior parte del tempo, tengo basse le persiane.
Caterina ha sempre detto che sono malato peso. Una volta ci aggiungeva pure che sono un irresoluto e un inconcludente e me lo gridava con rabbia, con durezza, perché ho quarant’anni, dice, e sembro uno che vive le cose come se non fossero sue. Adesso ci sorride su, adesso che passa solo qualche volta per due chiacchiere o mi aiuta a rassettare il cunicolo, come lo chiama lei. Perché continua a farlo, dico io? Però non mi dispiace.
L’altro giorno dice: «Oh, Bruno, guarda un po’ qua...» e mi indica due o tre mucchietti strani di polvere sotto certi mobili che, quando è venuta via di casa, comprai di restauro per sostituire i suoi. Tra l’altro è da dire che Cate mi ci prende ancora per il culo, ché l’étagère e la sedia con la scrivania e pure l’armadio sembrano fabbricati per dei bambini piccoli, dice.
A volte li guarda, dà una boccata di fumo e mi fa: «Bruno, ma mi dici con che cacchio di criterio li hai presi ’sti mobili qua? e li hai pure pagati un botto, in proporzione...».
«E ci credo» rispondo io «son di legno tenero, ma del ’900, mi hanno detto».
«Del ’900, eh? saprai un tubo te che decennio...», borbotta tra l’assorto e il contrariato, con un pugno piantato sul fianco.
Insomma, alla fine le ho promesso di dare un’occhiata a questa cosa della polvere. In fretta, una volta tanto.
Va beh, la polvere è segatura. Finissima farina di legno. Solo che, a ben guardare, i mucchietti sono parecchi di più. Corrispondono ognuno a un buco nel mobilio, a occhio non più di un paio di millimetri. Perfettamente rotondi. Saranno animaletti, mi dico. Sposto i mobili, guardo meglio, e scopro il disastro, ché questi qua erano lì chissà da quanto a lavorare e non me n’ero ancora accorto. Guarda quanti buchi hanno già fatto... e il tipo che m’ha venduto i mobili me lo aveva detto o no se il legno era trattato? Mah, bisognerebbe farci un salto... ora vediamo, dai.
Resto seduto sul divano. Fumo e penso, penso e fumo, ma non mi viene niente se non questa nuova sensazione spiacevole. Più che incazzatura per i buchi è che ’sta cosa m’ha lasciato un po’ così e chi lo sa. Poi ci s’è messa anche la mia ex compagna e già lo so che poi mi rompe con la storia che io le cose le prendo sempre telefonate. E ora mi tocca pure impegnarmi subito in ’sta faccenda che sotto c’è qualcosa (sotto le faccende c’è sempre qualcosa) e mi sta montando pure un discreto mal di testa e la malinconia. Ma perché, poi... questa testa, dico... grossa e dura come il marmo e questo corpo flaccido da baco, ché non ho voglia di occuparmene Cate, dai, Cate, sì lo so, gli scricchiolii in campagna, la testa gonfia, dura per scavare il buco, non ho mica la forza Cate, e poi lo scricchiolìo, questo dolore nella carne... i buchi, la paura che brucia Cate... E mi sveglio urlando, ché la cicca m’è cascata sulla gamba e m’ha bruciato, perdìo!
Corro in bagno, mi sciacquo la bruciatura, la faccia. Vomito.
È una settimana almeno che guardo quei mobili e non mi ci avvicino. Fumo e li guardo, li guardo e fumo. E a un tratto mi chiedo da quand’è che compro le sigarette. Forse quando mio padre è morto. Dunque quando già ci aveva portato qui. E perché cerco nella mente queste cose? E mi sale la malinconia e il mal di testa. E dei mobili ho mica voglia.
 Caterina è piantata in mezzo alla stanza, il solito braccio ripiegato sul fianco. Era almeno un mese e mezzo che non si faceva rivedere. Un giusto lasso di tempo per mettermi alla prova. Vedere quei mobili lì appena spostati in mezzo alla stanza, non fanno che confermarla.
«Allora?» mi fa, «questa faccenda dei mobili la risolvevi subito, vero?».
«Caterina, ricominci?», le faccio con tono scocciato.
«Sì sì va bene va bene... Oh, lo so che non sono mica più fatti miei. Però sappi che o loro o te!», dice alterata. «Mica ho intenzione di dividerti con quelle bestie io, lo sai che mi fanno schifo, soprattutto gli animali piccoli».
Gli «animali piccoli». Per Caterina si va dalla farfalla al geco fino al pipistrello. Meglio, alla paura del pipistrello, ché in casa nostra non è capitato mai. Hai voglia a spiegare che certi sono anche utili. Quando entravano in casa era tutto un turbinare di urla, scope e stracci, anche vetri rotti, una volta, di quelli a mezza luna, sul sopraporta, che per trovare uno che ce lo sostituiva si fece il giro delle sette chiese. Invece a me gli animali piacciono... piacevano. Quando stavamo giù, mio padre aveva i cani. Ma c’era il giardino grande e la campagna e ora a me parrebbe di segregarlo un cane. O un gatto, anche se questo è un tantino più cazzi suoi. In città non puoi tenere niente, ci stanno solo i peggio animali: i piccioni, le vecchie rincoglionite che gli danno da mangiare, i gabbiani che s’ingozzano in discarica. Altro che pesce e simboli della libertà. Quelli, quando si mettono di mattina sui tetti a centinaia, ti tolgono l’anima. Ora sono arrivati pure gli storni, che da lontano paiono moscerini al tempo della vendemmia e qualche buontempone, qui in città, ha convinto l’amministrazione a mettere un amplificatore con il verso del nemico naturale per tenerli lontani, dice, che ora la gente della piazza in centro non sa se lamentarsi più dello starnazzo inconcludente e inutile che fa notte e giorno il mangianastri strombazzato o dei quintali di guano che lasciano lì quegli inferni. Meglio i merli: li vedevi con quel capino schiacciato che lelli lelli ti saltellavano come topi sotto le magnolie del parco comunale, ti guardavano di sbieco e poi via, a tuffarsi nella siepe.
In città mi piace stare al chiuso. Gli animali li soffro, mi agitano, non li voglio vedere nemmeno da lontano.   
«Oh, ma mi ascolti? ma possibile che vai sempre in tilt se ti dico ’ste cose?».
«Sì sì che ti seguivo, solo che mi era venuta un’idea per risolvere la faccenda...» butto lì, sperando che Cate non mi chieda cosa.
Per una volta sono fortunato, non insiste. Fumiamo una sigaretta. Io appoggiato al lavandino, Cate allo stipite della porta mentre guarda i miei mobili nell’altra stanza. Fumiamo senza dirci niente. Chissà che pensa Cate, mi chiedo. A me, invece, qualcosa è venuto. Confusa, anzi confuso. Non è mica un’idea, è un ricordo. E siccome non mi piace, lo dimentico.
«Va beh, concludo», dico.
Cate non risponde. Smette di fumare, prende la borsa, va via. Un’ora dopo mi chiama al telefono e fa più conciliante: «Bruno, oh, sono io. Guarda, pensavo prima che, forse, dovresti andare da un fai da te del legno o in qualche negozio del genere. Non so, ci vorrebbe qualche prodotto per eliminare quelle bestie. Se ci vai credo che loro potranno consigliarti, sai? non aspettare troppo, vacci. Promesso?». Ecco cosa stava pensando: lei è una pratica. Mica ha torto. Dall’altro capo del telefono si sente anche un «ciao Bruno!». È la voce del nuovo compagno di Cate, un ingegnere elettronico. Simpatico, davvero competente, dice. Un po’ strano. È appassionato di libri fantasy, ma a parte i funghi rossi a pallini, le saghe nordiche, i Nani, i Troll e gli incantesimi, è uno completamente fissato col tecnologico. A casa hanno una cucina che mi son ghiacciato solo a vederla, tutta efficiente d’acciai com’era. Manco la fiamma ci s’accende sotto la pentola, ché appare un cerchio rosso sotto un vetro fumé. Però l’acqua bolle, anche se per capire come s’apriva il rubinetto in bagno, quella volta che m’avevano invitato, ci ho patito un po’. Per uno spaghetto, m’è parso troppo.
«Promesso?», insiste Caterina.
«Promesso...».
 Sul divano stiro con le dita una vecchia stampa sdrucita. Dentro c’è una strada, una strada che in fondo curva bruscamente. Sui due lati un campo di grano, dei corvi radenti verso un orizzonte che si spegne in nuvole alte. Il grano piega verso il fondo della tela, il verso squillante dei corvi fa eco nel rombo lontano del tuono. Ondeggia, il campo di grano, le spighe frusciano ruvide sulle mie braccia. E poi il grano diventa un mare e il cielo si fa grave di nuvole e più corro e più sono nel buio e nei lampi. E la paura, la paura e l’angoscia, ché già so cosa c’è lì in mezzo e nell’oro che squassa come un rumore di ali. S’allarga rasente le spighe e poi spacca l’aria e le orecchie lo sfrasco tremendo, il muggito come un pensiero troppo denso e sbuca, sbuca fuori quel cranio che mi afferra e mi rumina via.
 Stamattina, basta, ho fatto un salto dal fai da te del legno. Ho comprato un prodotto che si spruzza con la cannula. Serve a sterminare le uova e le larve nel cunicolo che si sono scavate. Poi, l’addetto mi ha consigliato un prodotto da spennellare su tutta la superficie dei mobili e una stecca di cera per tappare i buchi. I prodotti hanno un puzzo di chimico che schianta i polmoni. Ho dovuto comprare anche un camice, una mascherina e un paio di guanti in lattice che sembro il medico Terzilli della mutua.
Ho guardato i mobili, mi sono avvicinato ai buchi e li ho esaminati da vicino. Via, bisogna mi dia da fare!
 Mi siedo sul divano, mi accendo la sigaretta e penso. Fumo e penso. Ma che avrò comprato il prodotto giusto? e che insetti saranno: tarli, tarme, cosa? Al bordo della latta leggo una sequela di nomi, ma se, diciamo, il cittadino che sta dentro al legno qui nella lista non ci fosse, il prodotto sarebbe efficace lo stesso? vattelappesca... Però a un tratto me ne accorgo che mi sto solo prendendo per i fondelli. E lascio tutto lì.
 Stamani mi sono buttato furiosamente alla ricerca di una traccia, un libro, una guida, mica mi torna in mente bene, ché doveva essere un manuale in dotazione al padre di mia madre che faceva il guardia forestale. Ha ragione Cate, questa casa è un casino. Un libro con una copertina particolare, mi ricordo, sugli insetti nocivi nelle abitazioni rurali o forse su quelli nocivi al legno, non mi ricordo... eccolo qua, comunque... Eh, 1929, copertina aragosta ormai sbiadita, al centro un disegno con dentro un insetto su una foglia smangiucchiata. Sulla prima pagina trovo la stampigliatura: «Milite Nazionale Forestale Pierro Domenico», mio nonno, appunto. Insomma, alla fine, mi son fatto una lista:
Anobium punctatum
Callidium violaceum
Xestobium rufovillosum
Hilotrupes bajulus
Lyctus brunneus
eccetera. Però per vederli bisogna aspettare sfarfàllino: qualche mese, mi dico. Ma sono punto e a capo, ché l’ho già visto che il veleno li uccide tutti: quelli che il legno se lo mangiano e quelli che ci dormono solo dentro. E questo libro m’ha messo il magone e il magone il mal di testa. Che ci sarà mai in quel buco? una larva, certo. Flaccida, debole, rintanata nel buio, nel caldo del legno. Si fa avanti mangiando... ma va avanti? e se andasse a destra o a sinistra o addirittura in basso per non dire indietro?
Dalle pagine spesse del libro, brunite sul bordo, fugge via un pesciolino d’argento. Annuso la carta: sa un poco di muffa.
 Un terrario. Uno di quei terrari con le pareti di vetro che usano gli etologi e ci vedi chiaro cosa succede dentro e ti spieghi tutto, tipo Danilo Mainardi. La scatola contiene strati di terra compatti. In superficie uno strato d’erba. Sotto l’erba un terreno duro e ciottoloso. A unire il terreno suddetto e gli strati più friabili, radicette e rizomi. In un punto poco sotto la superficie, tra una radice e l’altra, dorme una larva che mi somiglia. E, siccome mi somiglia, non mi va mica tanto che Danilo dica che poi io divento insetto perfetto, una botta giusto per la riproduzione e poi arrivederci e grazie. No no, e tra l’uovo e l’adulto, c’è la larva: e quella ti campa parecchio là sotto, la vogliamo considerare per bene?
 Ultimamente ragiono male. Sono stanco, mi dico. Ma di che? Fumo.
 Tra le cose ravanate ho ritrovato un vecchio libro, la storia di un bambino-formica. Me lo portò mio padre da Firenze. L’aveva preso in una libreria grandissima, la più grande d’Italia diceva, e mi sgranava gli occhi, come per impressionarmi. E poi, quando anch’io ci andai a Firenze la prima volta, la libreria s’era già ristretta e s’era fatta piccola piccola. Oggi non c’è nemmeno più. Insomma, ho riletto la storia del cinipe nella galla di quercia e quella del sirice giovenco. Poi sono stato male e il libro l’ho messo via. Certe letture non dovrei nemmeno farle, mi agitano.
 La televisione ha detto che nel 2007, per la prima volta nella storia, più della metà della popolazione mondiale vivrà in città. Ma mica in centro. E oggi, la casa mi sembra una bara e vorrei uscire. Ma fuori c’è la città, che è una gora terribile, come la città. Penso, ma non mi viene niente. Allora fumo.
 Caterina si aggira per la casa preoccupata. Mi vede sottosopra e non capisce. Mi passa le dita tra i capelli. È contenta che abbia acquistato i prodotti antitarlo. Però, quando s’accorge che non li ho mica usati, mi dice gnoccata che un altro po’ è Natale, che sono sempre il solito fancazzista. E sbatte la porta.
 Me lo aspettavo. Lo scricchiolìo nei mobili s’è fatto insistito. Scavano e si nascondono. Guardo il mobilio e fumo. Fumo e mi ricordo come ci restavo volentieri in campagna d’estate. Mia nonna preparava il letto, mio nonno la lampada: pressava all’inverosimile il combustibile nella caldaietta e io avevo sempre paura che prima o poi esplodeva. La fiamma sgassava fuori il blu penetrante del carburo, ma mica durava tanto, ché dopo qualche minuto regrediva al giallo. Fuori, il cane iniziava ad abbaiare al buio e al nulla, e dal nulla usciva il gracidìo delle rane e alle rane rispondeva l’assiolo e all’assiolo il silenzio. Il silenzio in campagna è insopportabile come la notte. Perciò gli animali fanno rumore.
La corrente al pagliaio di nonno arrivò nel ’74, ma tanto non illuminava più niente e nessuno, perché la gente se n’era già emigrata tutta. A parte le stelle e le lucciole.
 A me la campagna mi pareva un chissacché, ma mio padre m’ha sempre detto che quando ci andavo io la campagna sembrava viva, però era già morta. E io tante cose che mio padre faceva, mica le sapevo fare. Lui aveva studiato e non me le ha insegnate perché i lavori di campagna li fai se servono. Mica sono esercizi di teoria.
Quanto tempo è passato? e ora, di primo acchito, mica mi ricordo più, poniamo, quando è il tempo del mosto o quando si fanno le potature. Mi devo mettere a ricordare.
 La campagna era una lotta. Per esempio mia nonna amministrava l’acqua nei solchi e a un certo punto le venivano come attacchi d’isteria, di colpo gridava e menava fendenti con la zappa. E mica era impazzita, era solo che là sotto c’era la talpa.
Mio nonno, invece, mi portava a pascolare le mucche. Prima aveva anche le pecore, ma quando c’ero io le aveva già vendute tutte. Alle vacche ci devi stare attento, basta una distrazione e poi ti tocca andare a pararle fuori dalle frasche o dal terreno del vicino. Ma le più inferne sono le capre, ché ti bevono alle fontane come i cristiani e hanno un morso amaro come la morte.
Gli animali sono una schiavitù, diceva mia nonna. Producono, ma tu sei servo loro. Mio nonno non andava nemmeno ai funerali dei parenti, ché le vacche reclamavano. Mia nonna, invece, ci andava anche per starsene in paese. Per sfuggire dai conigli, dai maiali, dai pulcini che quando s’appisolava sulla sedia le scalavano la testa. Mia nonna ce l’aveva con gli animali d’allevamento. Quelli selvaggi, invece, si fanno le cose loro e nessuno gli dice niente, almeno fino a quando non dissestano qualcosa. Tipo la dorifora che i miei ci facevano le tauromachie o le vespe quando si scavano le pere a una a una che dopo le puoi solo buttare.
 C’era poi... c’era questo scricchiolìo insistente... se te ne stavi solo nel pagliaio oppure nelle ore della sera lo sentivi, ma mica capivi da dove veniva. Si nascondeva o cambiava posto. Tipo che se tu, nel silenzio, seguivi il ticchete-ttacche della sveglia sul caminetto, poi dopo un poco ti arrivava nell’orecchio questo «gneek» o questo «criek». E mi chiedevo se era la trave o la scala a pioli che metteva in soffitta, il tavolone o la botte piccola che ci portavano l’acqua dalla sorgente. «Gnee-ek!». E avevi paura di uno schianto improvviso.
 Ultimamente ho letto da qualche parte che alle volte questi animaletti del legno sono attratti dalla radice di liquirizia. Ma mica ho capito se da insetti adulti o no. Mah, mi pare che le larve se ne fregano. Però, visto che ce le avevo nella credenza di cucina, qualche stecchetto l’ho posizionato per terra, quasi sotto il mobilio. Al massimo se ne staranno lì fino a marzo-aprile.
 Guardo l’armadio. Fumo e mi ricordo che mio nonno è andato alla fiera a piedi con due mucche. La mattinata sale in un’insolita afa tremenda e umida che non se ne può più e il tempo peggiora, ché si presenta all’orizzonte una nuvola strana, che si stira stretta alla base e cresce enorme sopra la testa. Nera che non l’avevo mai vista, pure se occupava solo metà del cielo. Si leva un vento che non ci si regge e fa tutto di polvere e paglia e fogliacce e l’olmo sotto casa fischia e più avanti pure il gelso vecchio, tutto cavo com’è di formiche. Nonna mi fa segno di entrare nel pagliaio, mette dentro le galline, chiude tutto, sale in casa giusto poco prima di un tuono che trema le pareti e poi grandine a finimondo. Nonna si sgrana il rosario e prega e mette sul caminetto i santini. La Madonna ha un vestito nero più del temporale, meglio Sant’Antonio, almeno è col maiale e San Francesco, ma mica è quello del lupo. Però l’acqua aumenta e il vento pure e il grano si piega e s’ammassa e nonna si dispera e io non so che fare, ché mi sento isterico e il pagliaio chissà se resiste mi viene da dirmi. Ma non me lo dico, se no mi impaurisco dell’altro.
È stato in quel momento che abbiamo sentito il rumore sotto casa. Sembrava qualcosa che si trascina dietro tutto, metallo e vetri rotti e poi un muggito, un muggito folle, che dal terrore la vitella s’è scatenata, ha rotto la porta ed è fuggita fuori e scalcia e corre nel campo che s’abbatte. Non so se è stata la paura, ma dietro ho visto lanciarsi la nonna, e mentre urlo «torna indietro!» fuori corre solo un vestito nero che si mischia col nero nell’oro agitato del grano e l’ombrello e il bastone di nonno che serve a parare le vacche. Il muggito, il grano, l’ombrello piegato e poi una luce accecante come un tronco che si spacca e io tutto bagnato sul pianerottolo non vedo più niente e m’infilo sotto le scale.
 Il ripostiglio è caldo e asciutto di paglia. Me ne sto in fondo, dietro la sella della cavalla, i finimenti, il falcione lungo per l’avena, l’incudine, la mola per arrotare le lame. Sto nello scuro, qua dentro, in fondo, come una pancia. E lì, nel silenzio perfetto, nei legni, nelle travi, nei manici degli arnesi lo scricchiolio che mi fa compagnia e anch’io voglio andare in quei buchi.
Fumo e mi ricordo il nonno che mi scuote e mi trasporta in braccio. E anche Cate mi ha scosso e ha detto che ormai ho scelto, e ho scelto male e ha sbattuto la porta.
 Di Caterina non riesco a ricordare quasi la faccia: del resto, da tanto lei non viene più. E io? da quando sto qui, seduto in mezzo ai mobili? giorni, secoli?... Alle volte mi addormento, sogno un rollìo, i legni assemblati che resistono male alla forza cui mi lascio andare. Invece è che gli scricchiolii si insinuano fino nel sonno e io, ormai, li faccio sempre entrare. Oggi s’è spezzata di schianto una zampa dell’étagère. Ma forse è solo l’impressione. O la fame. Mi piego e lentamente, ai piedi del mobile, tra la polvere e la miriade di carcasse morte dopo la riproduzione, raccatto da terra l’ultima radica di liquirizia, intanto tarlata anche quella.
  

Una vicenda senza tempo  Marco Onofrio, La dominante, Sovera Editore

 Serena Maffia

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  Una vicenda senza tempo quella raccontata da Marco Onofrio nella sua piéce “La dominante” pubblicata da Sovera Editore. Tre filoni narrativi si intrecciano in un vortice raccapricciante che pone il lettore davanti alla realtà dell’amore materno che protegge la specie e la preserva. In che senso? Nel senso che rende la famiglia indistruttibile, salda e compatta.
La madre dominante protegge la famiglia intera con la propria gonna, porgendone i lembi a tutti i componenti. Coloro che vi si avvinghiano però sono soltanto i componenti della famiglia di sesso maschile; le femmine sono proiettate a crearsi altrove il loro nucleo familiare. Per i maschi è diverso, le madri sanno che i loro uomini corrono il rischio di cambiare famiglia, addirittura di farsene una propria nella quale a governare è un’altra donna, una estranea, una ignorante sulle tradizioni e l’educazione della famiglia da cui proviene il maschio-sposo. Il proprio figlio maschio perciò rischia pericolosamente di perdere la sua identità, o più precisamente l’identità di sua madre come modo esemplare del vivere.
La straniera è pronta ad affilarsi le unghie anche lei per proteggere i valori della sua famiglia d’origine. E chi vince?
In genere mai nessuno, anche se negli ultimi anni il 90% dei divorzi attesta che a vincere sono le suocere, causa principale dello sfasciarsi delle nuove famiglie.
Ma “che razza di animale è la suocera”?
Di solito la suocera sfascia famiglie è una donna estremamente curata, che ama i dettagli, e che preferisce vedere morto suo figlio anziché vederlo allontanarsi da sé.
Si tratta in genere di donne-commedianti dal sorriso e dalla voce falsa, che hanno usato tutta la vita stratagemmi per ottenere ciò che volevano, e pertanto esigono che ciò che si sono guadagnate con la fatica delle loro carezze ingannatrici non venga loro sottratto mai.
E sempre con le solite ipocrite carezze riusciranno a tenersi accanto i loro figli maschi fino alla morte. Figli sottomessi ai voleri della propria regina-madre al cui tono di voce appena più alto abbassano il capo. Non si disobbedisce per nessuna ragione infatti alla madre-dominante. Mai e per nessuna ragione.
Le sventurate mogli di queste creature, più vegetali che animali, devono aprire bene gli occhi e mollare la presa: non perdono niente: non sono uomini ma bambini ai quali va cambiato tutta la vita il pannolino!
Soprattutto non è accettabile stare con un uomo che al momento dell’orgasmo preferisce rispondere al cellulare anziché eiaculare, perché sa che è sua madre ad insistere.
Questo tipo di uomo avrà sempre e solo una donna nella sua vita: sua madre.
Ma se, come nell’opera di Marco Onofrio, la suocera viene a mancare, per motivi naturali, si intende, come per una morte accidentale in una vasca da bagno per un fon caduto per caso dalle mani della nuora nella vasca da bagno, allora la situazione cambia.
Lo scettro viene impugnato dalla nuova dominante: la moglie-padrona che si incorona regina del suo uomo, della casa e della sua famiglia.
Purtroppo però si tratta solo di un miraggio. Il bambino non crescerà mai e la famiglia non si costruirà comunque. Ed ecco spiegato perché Dio, dall’alto dei cieli, ha dato lunga vita alle donne-madri-dominanti, che come avrete notato: non ne vogliono proprio sapere di morire!

 Il segreto della rigenerazione I viaggi di Cagliostro nella La divina truffa di Sergio Campailla

 Fabio Pierangeli

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 La fortezza esiste. Ora non è più come prima. Dopo la storia, vi ha allungato la mano la grande letteratura, l’affabulazione, la traccia di un mistero diabolico sospeso tra la vita e la morte. Luogo di allucinazione, vertigine e svenimenti, turbamenti per la lettura avvincente, per certi versi traumatica, per la forza degli eventi e della parola acuta, sempre allo spasimo nella sua capacità ritmica e di brevitas, nervo sempre teso, dell’ultimo romanzo di Sergio Campailla, La divina truffa, Bompiani. Chi ha girato le frastaglie dell’Appennino può riconoscerla: San Leo, alta, inespugnabile. Eppure l’ululato dei lupi, come una cantilena nello strepitoso incipit, ci trasporta nei tempi di un orbita altra, di menzogna e sortilegio: alla fine del Settecento, tra incredibili chiaroscuri, e in una striscia atemporale, quella della scrittura, capace di una inattualità sempre attuale, assunto ancora una volta il punto di vista graffiante, aggressivo, di un “controcodice” (felice ed emblematico titolo di una raccolta di saggi del Campailla interprete-scrittore, una vetrina di personalità letterarie controverse).
Il mago, il truffatore, al secolo Giuseppe Balsamo, nei lustri delle invenzioni e delle truffe Alessandro Conte di Cagliostro, si trova prigioniero dentro la torre all’inizio delle quasi 600 pagine, apparentemente ormai innocuo. Molti lo temono ancora, specie all’interno della Chiesa: non bisogna farne un martire. Il vasto paesaggio sembra circondato da una notte eterna e quel canto lugubre del ferino, così vicino al grido di violenza umano, mette brividi da licantropia. Si attende qualcuno a San Leo, e l’attesa, ombra sinistra, cresce sul biancore irreale della neve, simboleggia una malia perversa da cui tutti sono affascinati: «Soltanto il Demonio poteva mettersi in marcia, in un notte come quella. Il gelo entrava nelle ossa e procurava un tremito. Era un tormento dell’inferno, quello! Bisbigliavano. Veniva forse a causa dell’ultimo incidente? A causa di quella brutta storia? Una guardia precipitata dal bastione, sull’altro versante, dove la rupe calava in verticale sull’abisso. Per la verità, tutti sapevano che non era caduta per un fatale errore, che si era gettata. La cosa peggiore era questa: che il corpo non era stato trovato».
Il corpo non era stato trovato, e senza il corpo la morte non è mai certa, si consegna alla materia ondeggiante delle supposizioni e dei raggiri, delle ipotetiche resurrezioni: così avverrà nel finale, con una sparizione di ben altra importanza, in un crescendo spasmodico, nella struttura circolare e a gambero con l’idea geniale di raccontare, chiusa in tre capitoli, l’inizio e due conclusivi di nuovo a San Leo e nelle stanze segrete del Vaticano, tutto il resto della storia a precipizio verso l’utero materno della terra, dove Balsamo recide il cordone ombelicale per diventare Cagliostro.
Nelle ondate di emozioni, prima che si sveli il profilo del prigioniero, atteso come il protagonista sommo di una epopea di personaggi minori affannati nell’ombra della sua luce contraddittoria, e ora all’apparenza dimesso, scheletrito dalla prigionia, dalle atroci torture, in quella trentina di pagine iniziale in sua assenza, comprendiamo che l’alchemico ammaliatore è la vibrazione stessa, potente, della scrittura, in grado di ridar vita a ciò che è morto e a nascondere il corpo, riaccendendo le stesse passioni furibonde, gli odi e gli amori scatenanti. Il prigioniero della imponente storia nel tempo della storia vera e inventata, ricostruita e infarcita di particolari, di scene teatrali, di sfarzo, di personaggi memorabili, altrettanti emblemi, è Sergio Campailla, in uno stato di grazia eccezionale. Attira in quella cella di isolamento dove la creatività baluginante si distende nel labirinto di una storia lunghissima, affollata e appassionante, che ti chiude dentro, tappate le pareti con il sughero di Proust, e ti imprigiona ai ferri corti con il suo personaggio, il divino truffatore, nella rinnovata atmosfera dei grandi romanzi dei Dumas immessi nei giorni labirintici dei grandi scrittori russi dell’Ottocento: chiede udienza al tuo perbenismo e alla tua voglia di sognare ed essere diverso, in una battaglia di identità tra quello che ognuno poteva essere e non è stato. L’inquisitore, Francesco Saverio de Zelada, tra i personaggi più memorabile insieme ad alcune donne e al governatore Semproni,  giunto alla prigione, vuole constatare personalmente il rigore della prigionia di Cagliostro e si trova davanti ad un orrore dentro il quale nessun altro uomo avrebbe potuto resistere. Da questa carcassa d’uomo, si elevano le grandi sfide nella lotta tra il pensiero illuminato e i vecchi poteri. La posta è ben più alta: non la terra, ma il cielo, l’al di là, la possibilità di dare vita, di rigenerarsi, l’eterna giovinezza dello spirito e del corpo: «La rigenerazione, sia fisica che spirituale, appariva l’ultima frontiera e Cagliostro ci credeva e suscitava la fede degli altri. Credi! Credi! Questo è il segreto. E il sogno si realizzerà». L’Inquisitore dovrà constatare, attraverso segni inquietanti della cabala, lettere anonime da decifrare in complicati codici, l’identificazione di Cagliostro con il capro espiatorio e, infine, senza volerlo pronunciare, con il Cristo stesso: Ecce Homo, come ricorda l’autoritratto di Dürer in copertina. La scomparsa del terrore della morte su cui punta il potere per irretire il popolo di superstizioni, sarebbe abbattuta se i rituali alchemici potessero veramente donare la vita o prolungarla a piacimento. Cagliostro rappresenta un novello Esculapio, a cui, nel momento del suo massimo splendore, per esempio a Strasburgo e in un primo tempo  in Curlandia, le folle si rivolgono, come nel Vangelo, per trovare la guarigione. Campailla si muove attraverso documenti e decifrazioni, nei cunicoli delle storie, sempre attento ad unire i lembi del magico, diabolico e misterioso, con i motivi economici o erotici che muovono il grande teatro del potere, dove il diverso, sia esso un truffatore o il sapiente di verità docile, troppo in anticipo con i tempi, viene perseguitato, se non si mette in linea con la mentalità comune o le necessità di chi comanda. In questo vastissimo panorama, la narrazione, lo stile, la scrittura, nella sua cellula di miele abissale, arriva a poter essere  assimilata a quella prigione, a quella ributtante povertà del prigioniero. Basta una penna o un computer, una cella in cui rinchiudersi per creare un mondo alternativo, tremendamente attuale. Si dirà più avanti nella narrazione, ovvero indietro nel tempo della storia di Cagliostro, a pag, 403: «Caduti i freni inibitori, la tendenza si accentuava. Era dotato di un irresistibile talento affabulatorio». Questo permette allo scrittore, letteralmente, di esistere nel rapimento estatico della creazione di un possente universo parallelo, visionario. La capacità della memoria resta prodigiosa, si esplica nei dettagli delle storie, conta cinquecento stanze, conservando una tensione per sua stessa natura ribelle, esplosiva, documentata, nel caso specifico, dall’intatto fascino ambiguo di Cagliostro, già consegnato alla fama immortale della letteratura dal libello della sua vita e degli atti processuali di Roma composto dal Barberi (qui personaggio viscido e vigliacco, inetto dentro una storia più grande di lui)  ancor prima della morte, proprio durante la segregazione di San Leo.
«Il cardinale non sapeva una cosa: che l’Impostore, durante i giorni e le notti della reclusione, si ritirava nel suo palazzo privato, sconosciuto a chiunque altro, il castello della memoria. Contava cinquecento stanze […] Era un castello che nessuno aveva mai visitato prima. Una specie di labirinto, dove potevano entrare esclusivamente i ricordi autorizzati. Lui ne abitava una stanza al giorno. La arredava, decideva i soffitti e i pavimenti, selezionava i mobili, gli arazzi, i dipinti, gli specchi. Era un lavoro che richiedeva tempo. Spostandosi da una sala all’altra, teneva a mente la mappa complessiva. Da quando aveva cominciato quell’impresa, era arrivato alla stanza 275».
Sarà veramente inoffensiva questa muta ricognizione della memoria, la stessa dello scrittore teso a non far sfuggire i personaggi riottosi e a placare quelli debordanti in una storia affollatissima? La morte suicida del soldato dopo aver incontrato quell’uomo quasi cadavere sta a dimostrare il contrario; così la preoccupazione dell’Inquisitore, del direttore delle carceri, la superstiziosa paura delle guardie.
Da questa stanza chiusa, si dipana la storia per poi tornarvi, in un loculo ancora più stretto, già lenzuolo di morte. Tappe di capitoli autonomi, in una sorta di straniante Grand Tour per l’Europa appresso alle gesta eroiche di Cagliostro. Dalla processo e alla incarcerazione a Roma (con la volontà folle di cercare di convertire il papa al rito massonico egiziano che equivale, di fatto, a gettarsi nelle mani dell’Inquisizione, che altrove avrebbe potuto evitare), fino a discendere nei bei capitoli di iniziazione a Malta, dove in mare incontra il Maestro Althotas.
Nella parte splendida del distacco dalla terra ancestrale, la Sicilia, luogo angusto per il divino Impostore, si intreccia il destino dalle tinte in parte autobiografiche di tanti romanzi di Campailla, proprio a partire dal primo: Una stagione in Sicilia. Tutto parte da qui, e Cagliostro non si sottrae a questa prima impressione, tra Scilla e Cariddi. E’ il momento in cui il futuro deve ancora avvenire, e Cagliostro solo un ragazzo, come molti. Un uguale per cui la forma che prenderanno i sogni lo faranno diverso, scomodo: «Sotto il sole accecante di Palermo o, nell’ombra inquieta, contro un muro, mentre si masturbava furiosamente, lo aveva invaso il delirio di lasciarsi tutto alle spalle, di ricominciare daccapo, di diventare protagonista di un’avventura eccezionale, che gli altri non avrebbero nemmeno potuto immaginare». Fin qui le aspirazioni legittime di tanti ragazzi, anche di oggi, figure simili a ‘Ntoni Malavoglia. Poi lo scarto, il presentimento di un destino grande e terribile, la rigenerazione, nelle forme più svariate, dal corpo allo spirito e ritorno: «Voleva morire e rinascere: nascere da se stesso».
 

Abitare poeticamente la terra, il dono di Emerico Giachery

Fabio Pierangeli 

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Abitare poeticamente la terra significa, per Friedrich Hölderlin, letto da Heiddegger, «essere alla presenza degli Dei ed essere toccati dalla vicinanza dell’essenza delle cose».
Verbo straordinario toccare: esprime nell’intimo quell’unione di meraviglioso e familiare accarezzato dall’alta poesia di tutti i tempi: basti pensare ad alcuni strepitosi, immortali incipit leopardiani, dove egualmente un aggettivo generico o logorato dal parlato si accosta alla espressione più alta dell’ineffabile: cara beltà, graziosa luna.
Toccare, abitare, con quel tanto di inaspettato che il poeta, pur aeternus sa cogliere, riportandoci al centro delle questioni esistenziali che più ci stanno a cuore.
Ed Emerico Giachery è un puer, come esprime in uno dei suo vertici di interprete maieutico di poesia nel recente libro dal titolo suggestivo ed esplicativo, appunto Abitare poeticamente la terra, Carpena edizioni, Lugano.
Se la vita è al fondo “poetica” nella sua luminosità di incontri, di occasioni, di errori che immettono dentro una verità per sentieri imprevisti, Giachery ne coglie la musica, il concerto e il ritmo, di voci diverse, ognuno con la propria caratteristica, con la propria voce, che si erge polifonica nell’inno alla vita, alla gioia. Non è dunque un libro per gli addetti ai lavori, è un volume creativo, un romanzo di formazione, capace, attraverso le esperienze della poesia, di parlare ad ogni uomo di temi come la grazia, la bellezza, il dono dell’arte e della amicizia. Pur aspirando ad un falansterio spirituale, lontano dal cicaleccio e dal rumore di certa modernità (si legga l’elogio del silenzio e della leopardiana quieta, sempre nel sublime tratto introduttivo), Abitare poeticamente la terra si fonda sulla descrizione di una umanità profondamente aperta sia all’uomo colto, in grado di comprendere tutti i passaggi di una cultura enorme e fermentante, sia all’uomo semplice, egualmente in attesa di verità quotidiane per cui vale la pena vivere o aver vissuto: l’uso del termine poesia del titolo rimanda ad un significato molto più esteso di quello comune, un modo vivere consapevole del dono ricevuto. E mi piace ricordare, in questo senso, con Giachery, Elio Fiore, poeta scomparso di recente e su cui è calato il silenzio, troppo presto. Di lui poeta si può discutere a lungo, ma è indubbia la poeticità della sua vita esemplare: «ha saputo costruirsi, con una fede davvero illimitata nella poesia, e con un candore di fondo», indispensabile per chi voglia abitare poeticamente la terra, intrecciato in lui con una povertà quasi francescana. Da questa vita esemplare (con il monito che non tutti i poeti l’hanno avuta, perché molto spesso l’afflato spirituale che li attraversa entra in anima fredde, a volte rissose e invidiose), Giachery si muove per un lungo viaggio, denso e affascinante come un romanzo, il cui motore silenzioso sono le citazioni dagli universi più disparati, nella suggestiva fratellanza che si offre come modello di vita, per una società nuova, intesa come invito «a tener conto della possibile ricchezza di senso simbolico e spirituale di tanti nostri atti di vita quotidiana».

Cacciatore di storie tra le riapparse lucciole di Pasolini. La meta di Sophia  di Marco Baliani

Fabio Pierangeli

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Convivono con l’ombra di Pasolini gli ultimi lavori di Marco Baliani, nel teatro, nel toccante spettacolo di Roberto Andò, La notte delle lucciole , nell’ultimo libro di  racconti autobiografici, La meta di Sophia, editi da Rizzoli, in cui il primo frammento, ancora sulla porta di entrata, quasi ad evocare un Maestro compagno di vagabondaggio in quel tratto di strade sudice, è uno straordinario omaggio a colui che si nomina soltanto come il Poeta, ucciso proprio lì, all’Idroscalo di Ostia.
Una prostituta perennemente incinta diventa la vestale di quel mausoleo della poesia infisso in una landa desolata, «un piccolo monumento, bianco e isolato, messo lì per ricordare un amico Poeta malamente morto ammazzato proprio in quel posto».
Da questa desolazione, inondata dalla poesia, dall’uccisione della poesia, dalla possibilità eterna della poesia, già raccontata nel precedente Nel regno di Acilia,  accesa letteralmente dalle lucciole (le prostitute, in gergo romanesco), il libro si muove per incontrare altrettante luci divaganti, stremate, eppure accese a dispetto della società che li ha già condannati ad una esistenza di stracci. «Luoghi provvisori», dove accade di trovare un “insolito approdo”, quelle figure umane eccentriche, dimesse dal mondo, cristallizzate su fissazioni di tutta la vita, pietra battuta sulla testa, che formano, nonostante tutto, il teatro più autentico della vita, al di fuori della grande abbuffata del potere, della grande omologazione descritta da Pasolini proprio nella celebre immagine delle lucciole. Baliani percorre quei luoghi ora con il tocco leggero della memoria, ora con l’onnivora curiosità del cacciatore di storie, sempre capace di provare sentimenti intensi, dalla meraviglia al terrore, trasmettendoli con vigorosa semplicità al lettore. Il realismo estremo di questo detective della stranezza scivola nel sublime magico e selvaggio, nell’alveo materno della grande foce del fiume di Enea, tanto che ci dobbiamo chiedere se veramente esistono personaggi-mito come il fecondatore della terra, col suo membro-proboscide, il commodoro e l’incantatore di rane, capaci di miracoli quotidiani, l’oracolo di Ostia, scavatori e tombaroli furbetti o canagliescamente ingenui.

L'amore sospeso di Giovanni Gregori

Serena Maffìa

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Finalmente un giovane scrittore italiano che si dà da fare, Giovanni Gregori. Un romanzo da leggere tutto d'un fiato, con partecipazione, ricco di colpi di scena che svelano scenari psicologici impensabili e inaspettati. Un libro che lascia dentro l'amaro della vita, il sapore di un tempo passato che ha segnato per sempre e che ci ha formato: gli ultimi anni del liceo, gli anni della crescita umana e sociale, quelli del cambiamento totale. Scritto con ingegno e sensibilità, con il cuore e con la mente. Un romanzo che fa riflettere, che induce a pensare, finalmente, a quella grande percentuale di giovani che oggi, nel 2008, annegano nella profonda crisi del disadattamento e dello sbandamento sociopolitico. Straordinaria ancor più l’attualità di quest’opera se si pensa che Gregori usa come tempo di svolgimento il breve periodo di Storia che va dai funerali di Berlinguer alla finale della Coppa dei Campioni della Roma, eventi entrambi incisivi nella storia dell’Italia e della Capitale. Un libro che non trascura nulla delle problematiche giovanili: l’educazione, la delusione, l’incomprensione, la politica, il potere, la magia, la morte


Angela, angelo angelo mio io non sapevo di Francesca De Carolis

Serena Maffìa

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Riguardo alla scrittura di Francesca De Carolis non posso che confermare le parole di Vincenzo Mollica che ha curato la prefazione del libro, una scrittura asciutta, anche quando si fa poetica. Del resto se la scrittrice avesse riempito le pagine di una esagerata aggettivazione avrebbe tolto al romanzo il giusto ritmo che lo rende piacevole e accattivante. La De Carolis ha dimostrato di possedere una grande capacità mimetica riuscendo a calarsi contemporaneamente nell’anima dei due protagonisti. In questo modo è come se lei si fosse costantemente messa allo specchio cercando di separare i due corpi e le due anime di Micelle e Luca perse nel loro sogno di musica e poesia. La sua bravura ha evitato di essere il terzo incomodo e con rigore ha sostituito Michelle adoperando la prima persona. Non era facile qualsiasi scrittore viene preso dalla tentazione di porre sé stesso al centro della scena. La De Carolis ha saputo tenere dentro e fuori di sé le angosce, le esaltazioni, le cadute, i rimpianti, i dubbi senza inficiare quel sottile filo d’incanto e di disperazione che ha legato le anime di questi due artisti. Un romanzo? Un romanzo d’amore? Un saggio? Una biografia? Un diario. Cos’è questo libro di Francesca De Carolis? Niente di tutto questo, eppure, tutte queste cose insieme. È un libro che ci restituisce la grande emozione di vivere accanto ad un artista come Luca Flores. Flores componeva musica, scriveva poesie, dipingeva. Perché non si accontentava di comporre solo musica? Forse perché aveva bisogno di esprimersi in ogni direzione, Forse perché la sua voglia di comunicare prendeva il sopravvento sulla logicità, sul pensiero. La sua creatività era del tutto indipendente, libera, casuale, dadaista: <<La testa di un cavallo, gli occhi di un fantasma, il sorriso di un clown, la spirale tronca di due conchiglie, due ombrelli, uno in volo, l’altro che planava verso il basso a testa in giù. Poi perle come gocce, o forse lacrime legate a un filo, e note a dondolo in fuga da un triangolo. Figure cadute alla rinfusa sulla base bianca del cartoncino, Come da una scatola di oggetti che un bambino ha rovesciato in terra, dicendo: basta! È ora di cambiare gioco>>, come la stessa autrice ci racconta. E la libertà, sempre, porta al caos, alla confusione, al vivere in una dimensione che non è questa in cui si vive tutti: la realtà. E in che realtà viveva Flores? Nella Natura. In quello stato emotivo in cui ogni gesto del Mondo è amplificato. In una realtà alla moviola, dove il sole scalda il cuore, stende i volti, e il buio inquieta ma ti dà risposte: <<Aveva un modo molto particolare di scavare dentro la musica, dentro ogni nota. Andava giù, giù, ancora giù. Come tentato dall’esplorare chissà quali profondità>>. Luca Flores cercava delle risposte, e forse era proprio trovandole che aveva deciso di compiere quell’ultimo atto apparentemente estremo, ma “naturale”, spontaneo per un Dostoevskij. Non voleva che il Demone prendesse il sopravvento su di lui, e quando parlo di Demone mi riferisco certamente alla contraddittoria condizione umana in cui l’uomo è: animale sociale e belva feroce che deve sopraffare. <<…solo una piccolissima scrivania, una brandina e un piano, sotto le grandi travi del soffitto>>. Un nido. Il suo nido. Il nido di un rapace. Ma pur sempre un nido. <<Nulla di più.. Era per me, come avvicinarmi a un bellissimo animale selvaggio. Che non fuggiva>>. Così scrive ancora Francesca De Carolis sostituendosi a Michelle. Una belva feroce che non voleva essere feroce. Un uomo che amava ed odiava la vita. Soffriva. E si riacquietava nel creare. Nel creare musica. Perché tutto il resto non era che musica: il colore, la poesia. Quel percorso intrinseco, non ragionato ma comunque costruito, che porta al raggiungimento di quell’equilibrio perfetto che è la Natura, “matematica compiuta”, libertà ed equilibrio insieme, in un’unica parola: jass. La musica per piangere, la musica per ridere: <<Ho qui alcune foto di un concerto con Chet Baker. Chet, illuminato dagli spot, al centro della scena, che stringe con la destra la sua tromba. Le rughe scavate del volto chino sul petto. Un viso inciso, come a colpi violenti sul legno. Gli occhi chiusi, poi aperti su un altrove. Lui (Flores), fuori dal cono di luce, rimane sullo sfondo, con gli occhi morbidi, in ogni scatto chiusi, o bassi sul piano.>> A tratti il romanzo si fa saggio, che, attraverso le immagini descritte da Michelle (copertine di cd, fotografie, disegni) fa pensare al procedimento utilizzato da Roland Barth in Camera Chiara. E ancora: la musica per vivere, per dichiarare amore: <<Arrivarono timide alcune note. Lui di là stava accarezzando i tasti del piano. Poi la musica cominciò a crescere, crescere, fino a comporre giravolte nell’aria, prima leggere, poi sempre più veloci e possenti. E l’esercizio del cerchio>> (matematica compiuta, perfezione) <<delle quinte divenne un vortice di vento. Passione pura>>. Come meglio poteva definirla la scrittrice? <<Passione pura>>. E la passione pura non può che travolgere: <<Avevo tanto desiderato un amore che travolgesse la mia vita>>. Ma prima ancora di travolgere la vita di Micelle, la passione travolge la vita di Luca. Flores non giunge al suicidio perché fino ad allora mascherato o protetto da una forza apparente. Non è debole, non è un perdente. Sceglie. Di non arrivare a compromessi con la vita: <<So che dovrei uccidermi, spazzarmi via dalla faccia della terra come un insetto immondo; ma il suicidio mi fa paura, perché ho paura di mostrarmi magnanimo>>. Queste sono le parole del personaggio più bello, più forte, più amato nei Demoni di Dostoevskij: Nikolaj Stavroghin, che si rivolge in una lettera, per l’ultima volta, a sua madre. <<”Voglio morire” fu la prima cosa che mi disse. “Io non voglio ancora morire” fu la mia risposta. “Voglio che tu mi segua in ogni cosa, e viva sul limite della morte”. “Ma io non voglio incontrarmi ogni giorno con la morte”. "Io voglio che tu sia molto forte, che sia un essere superiore che non ha bisogno d’aiuto. Devi conquistare il mondo">>. Luca Flores avrebbe voluto essere più forte del mondo; e la solitudine, il silenzio lo sostenevano. Lottava per sé stesso e per nessun altro. E avrebbe voluto accanto una persona forte. Ma come si fa ad essere più forti della persona più forte che si conosca? E soprattutto come si può amare se si è soli? <<”Devi conquistare il mondo e costantemente seguire me>> dice Luca a Michelle, <<e ogni mio spostamento. D’ora in poi tu devi essere me e te insieme. Devi essere due”>>. Le richieste di Luca diventano sempre più a senso unico. Micelle gli dice: <<”Io voglio essere una sola cosa con te . Ma sento che la direzione che hai preso spinge giù, giù, giù…”>>. Una storia d’amore dunque? Io la considererei più una storia di tensioni irrefrenabili verso la libertà. Non è mai stato facile vivere con delle persone complesse come Luca Flores, ma è stato sempre molto facile amarle ed esserne affascinati. Persone con una sensibilità superiore, sensibilità che smuove tutto l’essere (umano) come un recipiente troppo piccolo per contenerla. Una sensibilità che stravolge, che trasforma, che invade, e trascina dalla riva alla deriva, dalla gioia alla morte, con la forza del mare.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 

 

 

 


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