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Polimnia
N 11-12
Giosue Carducci La poesia di Carducci Dante Maffìa Non amo i centenari, non li ho mai amati, hanno quasi sempre il crisma delle funzioni religiose, delle messe cantate e spesso non inducono a letture o riletture intelligenti, ma ripetono stancamente tesi fritte e rifritte, o portate avanti per opposizione preconcetta. Ma visto che i cento anni dalla morte di Giosue Carducci non hanno fatto fiorire convegni ovunque (come accade per poeti assai minori di lui), e non hanno visto molti libri a lui dedicati, credo sia il caso di spendere qualche pagina su “Polimnia” che comunque già nel fascicolo 1-2 se ne occupò. Carducci è un mare immenso, ma mare più immenso è la sua bibliografia critica, eppure negli ultimi decenni è come se il suo nome si fosse eclissato; c’è addirittura una pattuglia agguerrita di critici e di poeti giovani e meno giovani che lo trattano come un mentecatto, un retore di seconda mano, un manierista insopportabile. Tanto ostruzionismo nell’ultimo cinquantennio è stato messo in atto nei suoi riguardi e in quelli di Salvatore Quasimodo, e quasi sempre senza prima aver letto e studiato, verificato e valutato. Conosco più d’un poeta che non ha mai aperto una sola pagina di Carducci, eppure le sentenze contro la sua poesia sono velenose! Mi sono domandato quale può essere il motivo o i motivi di una così decisa negazione e sinceramente è stato difficile dare delle risposte. |
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Quelli – pochi - che fanno un riferimento esplicito alla sua retorica reboante non sono mai entrati nella pienezza di una poesia che, pur avendo molte impennate di zavorra ed eccessi di verbosità espressiva, è la prima a far avvertire la grande crisi ottocentesca dei valori e del linguaggio, la prima a confrontarsi con le novità europee. Si pensi soltanto alle traduzioni dal tedesco e dal francese e si potrà capire come egli fosse attento a ciò che stava accadendo oltralpe. Certamente a porlo in viso a studenti e professori (e di riflesso ai lettori comuni, naturalmente) hanno contribuito le scelte antologiche ad uso delle scuole di vario ordine e grado. Carducci è stato presentato (con Pascoli si è ripetuto) con le poesie mano belle, quelle che potevano compendiarsi in un qualsiasi sunto, quelle che “raccontavano” magari pomposamente un avvenimento storico con aggettivi ampollosi e non convintamene, direi fintamente classici. Se invece fossero stati scelti nell’ “ondeggiare” e nel “delirio d’irrealtà” che connota alcune composizioni, credo che non si sarebbe creata l’astiosità e il rigetto. Tutti i poeti hanno un po’ di zavorra nella loro produzione o hanno quella che è stata definita letterarietà accentuata a scapito del sentire. Forse Carducci ne aveva in sovrabbondanza, ma un poeta non va giudicato per il troppo che ha sbagliato, semmai per il poco che è riuscito a esprimere di bellezza e di profondità Sarebbe molto interessante occuparci della sua fortuna critica che ormai dovrebbe trovare acquisizioni certe, e che invece è ancora fluttuante, oltre che per l’impossibilità materiale, per un qualcosa che sfugge ai lettori professionisti e non permette di dare un’idea univoca. Basti sfogliare del resto i tanti profili di storia letteraria per rendersi conto di come i giudizi siano contrastanti, fino ad arrivare a quello di Natalino Sapegno che lo riteneva un “convinto sacerdote della poesia” e non un poeta. Un simile giudizio dà l’impressione che Sapegno non abbia voluto approfondire le opere del Carducci e si sia fermato a un pregiudizio o, come mi piace pensare, abbia voluto porre fine alle esaltazioni che da tempo seguivano il Maremmano. Libri come quelli di Papini, per esempio, o come quello di Concetto Marchesi hanno molto “irritato” il partito degli anticarducciani fino a farli diventare nemici acerrimi senza appello. Da ragazzo Carducci visse in Versilia e in Maremma quasi allo stato brado. I campi, i boschi, gli animali gli dettero una energia vitale che lo accompagnerà sempre e gli crearono quasi un mito della vita vigorosa e possente, gli fecero germinare quella che Getto chiama la “nostalgia” per il primordiale. A un certo punto però il giovane Carducci fu preso da una specie di malattia libresca che lo chiuse a ogni esperienza esteriore e lo inchiodò alla scrivania. Aveva una memoria prodigiosa, una ottima conoscenza del greco e del latino (anche se Mandruzzato scrive che “se ne occupò decentemente”) e indagò come un forsennato. È probabile che questi eccessi abbiano sovraccaricato la sua emozionalità, il suo sentire ( e ci sono poesie che sovrabbondano di riferimenti non sempre macerati e fatti diventare propria carne e sangue), ma, quando il suo canto si spoglia del peso esteriore, si sente la possanza di un poeta che fa vibrare gli eventi e ne sa cavare le imponderabili finezze che poi saranno sviluppate, tanto per fare soltanto alcuni nomi, da Gozzano, da Campana, da Cardarelli, da Montale, da Sbarbaro, da D’Annunzio, da Pascoli, da Zanzotto, da Sanguineti, da Giudici… Leggeva di tutto, accatastava nozioni e sensazioni, veniva rapito dalle pagine immortali di Omero, di Virgilio, di Orazio, di Dante, di Tasso, di Manzoni, di Foscolo, si esaltava per la storia dei grandi, ne beveva gli entusiasmi, le fedi, il martirio quasi. Certo, ci fu un periodo in cui contava più l’erudizione anziché la leggerezza e l’essenzialità, ma poi egli aveva i momenti magici in cui straripava la tenerezza e la dolcezza del canto, e in cui l’anima gli si apriva per cogliere la dimensione dell’eccelso in quei sussurri di paesaggi che arrivano come note solenni e persuasive a portarci dentro il calore di una oggettività miracolosamente accesa da miti e da storie che sono la malinconia dolce del suo macerarsi senza tregua. Gli anni di studio, matto e non disperato, tra gli Scolopi di Firenze e la Scuola Normale di Pisa, gli danno molte certezze che però presto si scontreranno con la realtà. Già a san Miniato e a Pistoia avverte che c’è uno sfaldamento in atto nella società, una svolta i cui primi fermenti sono ancora imponderabili, ma che presto saranno una rottura implacabile. L’epistolario ne è sparso, dà l’idea di come egli avesse avvertito che cosa stava accadendo. E ai mutamenti non si oppone, se non all’inizio per rifugiarsi in un umanesimo vagheggiato in punta di penna, con accensioni un po’ troppo passivamente chiuse nei modelli. Chi continua a dire che Carducci era una specie di macigno indifferente agli urti del dolore, delle tristezze e della solitudine dice pressappoco una bestemmia. Quando nel 1857 muore il fratello egli sente che una parte di sé è sfumata nella bara che gli sta davanti. La sensazione, moltiplicata enormemente, ritorna nel 1870 alla morte del figlio e poi, undici anni dopo, di Lidia. Ne viene dilacerato, scerpato dentro, reso quasi inerte. Il tuffo negli studi, ad ogni morte, diventa più secco, più totalizzante e gli crea il desiderio feroce e ineludibile di uscire dal cerchio della carta stampata, di trovare un’oasi nella realtà quotidiana. Se si fa attenzione a questo suo desiderio o, se volete, a questa nostalgia di una vita lontana dai libri, forse si potranno capire il ribollire e i fermenti di un uomo che, pur essendosi chiuso nel limite degli studi, ha bisogno di sentire il calore umano, la risata, il fuoco dell’amore. Un anno dopo la morte del figlio nasce l’amore per Lidia. La sua vita ha una violenta svolta, esce dal guscio e addirittura collabora a molti giornali, tra cui “Cronaca Bizantina”. È un tuffo nella vita, un rapportarsi (anche se passa sempre lunghe ore negli studi e tiene regolarmente lezioni) agli altri con maggiore disponibilità. La lettura dei poeti tedeschi lo aiuta e ciò affina il suo stile, rinfocola la sua fantasia, lo rende più attento ai fatti formali. Ma arriva il successo, viene nominato senatore, vince il Nobel. I suoi libri si vendono, gli editori vorrebbero contenderselo. Il trionfo e la popolarità gli piombano addosso come macigni; è lui stesso a meravigliarsene, al punto che rivolgendosi alla moglie, con il telegramma dell’Accademia di Svezia in mano, dirà: “Allora non è vero che sono un cretino?”. Aneddoto illuminante. Su Carducci ve ne sono fin troppi, il più noto dei quali è riferito al fiasco di vino tenuto accanto mentre lavorava. Ma torniamo alla sua poesia. Ci sono molti aspetti trascurati delle sue tematiche, per esempio quello religioso. Egli non ha la minima inclinazione verso la problematica, verso il mistico, e, quando si scaglia contro il cattolicesimo, non sembra credibile. Perciò stupisce che spesso facciano capolino, in alcuni suoi scritti, annotazioni poetiche che danno l’idea di una sua adesione al cattolicesimo, seppure tutta adombrata di mito, accesa da quel che qualcuno ha chiamato impennate barocche mutuate dalle architetture delle cattedrali. Carducci è imprevedibile in tutto. Per esempio Croce aveva bollato la sua prosa di artificiosità (giudizio poi ripetuto dai vari Thovez), ma, quando usciranno più di venti volumi delle sue lettere, i giudizi cambieranno: si sente un Carducci spontaneo, fresco, impressionistico. Tratta di tutto, lo fa con brio e vivacità, con chiarezza, senza orpelli di nessun genere. Il paesaggio, per esempio, è descritto con calore e partecipazione, le annotazioni sulla gente, sui fatti sono spontanee, vere, risentono del suo umore, della sua gioia, del suo rammarico. Anche l’amore assume una valenza diversa da quella sospettata fino ad allora e la parola del Carducci si scioglie, tocca corde inusitate senza i veli della letteratura così pregnante e soffocante. Bisognerebbe seguire passo dopo passo gli sviluppi del suo poetare per vedere come ha percorso le varie tappe del suo cammino e individuare dove ha meglio sciolte le sue riserve e la sua forza evocativa. Per esempio c’è un passo all’interno dei Poeti di parte bianca “in cui vive indimenticabile l’interno della dimora feudale battuta dalla tempesta ed animata dalle figure della castellana e della levriera… Nulla c’è qui del manierato Medioevo presente in tanta letteratura romantica”. Quando Carducci resta se stesso, coi suoi crucci e le sue visioni, riesce a realizzare versi che sembrano scritti da lampi improvvisi, come in Fantasia, in Sogno d’estate, in Mezzogiorno alpino, in Jaufré Rudel, in Virgilio, in Visione, in Vendette della luna, in Era un giorno di festa, e luglio ardea, in Davanti a San Guido, in Alla stazione, in San Martino, in Pianto antico, e riesce a fermare i fuggenti enigmi del cuore umano. Diceva Diego Valeri, quando qualcuno sorridendo gli confessava di non amare questo o quel poeta da molti amato, che era una fortuna, perché se un poeta piace a tutti vuol dire che si muove nell’ovvio, nel banale. Una boutade, certo, ma dimostra in pienezza ciò che Mario Fubini andava predicando sempre: la poesia è una inaspettata creatura che entra improvvisa con linguaggio mai ascoltato prima. Naturalmente su questo linguaggio mai ascoltato prima bisogna mettersi d’accordo. Carducci ci riesce raramente, ma quando ci riesce tocca veri e propri vertici. Altrimenti come spiegare il saccheggio che hanno fatto di lui? Come spiegare l’amore nei suoi riguardi di poeti che sembrano così lontani dal suo mondo e dal suo modo di fare e di scrivere? Si tratta soltanto di suggestione provocata dalla massiccia presenza della sua personalità? Se fosse così, in troppi avrebbero preso un abbaglio. Allora? Il problema è che subito dopo la caduta del fascismo, per ragioni che stavano in agguato sotto la cenere, la visione del mondo è mutata repentinamente e Carducci è sembrato uno sterile ambasciatore di residui di un tempo definito in certezze precise e scolpite in una eternità immobile. L’io s’era frantumato, era deflagrato e i valori da lui offerti alla nuova sensibilità sembravano reperti di un’archeologia imposta. Come sempre accade, furono però amati poeti che a Carducci erano fortemente legati, che come lui stesso - per esempio Montale - utilizzavano un vocabolario desueto… Non facevano però appello alla classicità, anzi suggerivano strade diverse, numi filosofici dissacranti. A questi poeti né Croce né Sapegno, né Asor Rosa, hanno mai chiesto “il lasciapassare della cultura filosofica”; a Carducci sì, e con insistenza, come se fosse il più aberrante dei limiti. Come si può stabilire se un poeta è ancora tale dopo un secolo? Non ci sono regole fissate, non c’è possibilità di verifiche attraverso analisi chimiche o fisiche. C’è solo da vedere se le sue parole siano emerse fuori dal suo tempo, dalla sua epoca, e abbiano ancora un senso per chi legge. Carducci dunque è solo un documento, seppure enorme, della seconda metà dell’Ottocento, oppure ancora può dire a noi contemporanei le sue inquietudini, può trasmetterci un lievito che squarcia talune coordinate del presente? Lasciamo stare le interpretazioni sempre rancorose di Alfredo Giuliani che era incapace di entrare in qualsiasi mondo poetico che non fosse funambolismo linguistico, e vediamo invece come il Poeta avesse in sé i germi, i prodromi di quella sensibilità romantica e decadente che ne fece un punto di riferimento anche nel mutare degli eventi, della storia e della emotività. Che poi non si sia avventurato nei processi mistici, oltre la siepe, oltre i confini del visibile, non credo possa essere una barriera. La sua natura non concedeva molto alla dottrina, egli restava immobile davanti al mistero, ne sentiva tutta la protervia, ma sapeva fortemente dentro di sé che era inutile battere coi pugni o coi ramicelli fioriti per scrostare la sordità delle sfere celesti. Comunque non molti hanno inteso fino in fondo l’operazione delle Odi barbare che non furono sguardo indietro, passatismo poetico, ma meditazione sul disfacimento corrente dei poeti a lui contemporanei e verso i quali sentiva di dover intervenire sottoponendoli innanzi tutto a un esercizio di lavoro serio. Anche in questo suo libro tanto discusso troviamo pagine non inerti, scatti di liricità pregna e convincente,immagini che si stagliano luminose e corpose e che sembrano incontri della nostra quotidianità. Dunque la poesia di Carducci non è morta? Non morirà mai? Certo, se ci affidiamo ai becchini ormai sparsi dietro le scrivanie delle grandi case editrici, i funerali dei poeti sono tutti ben allineati. Il passato è un residuo d’ombre inutili, niente è recuperabile se non in termini di documento. Ma le cose stanno diversamente, per fortuna, e i veri poeti che sono venuti dopo Carducci ( i critici no!) hanno recepito la lunga portata del suo insegnamento, ne hanno tratto giovamento sia per ritornare a vigilare sulla forma, che sembrava essersi sfilacciata e abbandonata verso una deriva artificiosa e sciatta, sia per impossessarsi di quella vitalità lievitata e serpeggiante nascosta nell’aggettivazione carducciana che i poeti hanno sentito come un’offerta e hanno accettato come una silenziosa comunione. Il “barbaro” carducciano ha qualcosa di inafferabilmente innovativo (“Oscure intanto fumano le nubi / su l’Apennino: grande, austera, verde / da le montagne digradanti in cerchio / l’Umbria guarda”; “Su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando / con un sorriso languido di viola, // che ne la bigia pietra nel fosco vermiglio mattone / par che risvegli l’anima dei secoli, // e un disio mesto pe’l rigido aëre sveglia / di rossi maggi, di calde aulenti sere, // quando le donne gentili danzavano in piazza / e co’ i re vinti i consoli tornavano. // Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema / un desiderio vano de la bellezza antica”), e se per un attimo togliamo al Carducci la maschera di un poeta che non sa uscire dal senso tradizionale affidato alle parole, ci rendiamo conto che egli è spesso imprevedibile, che il senso insegue i labili contorni del possibile, che gli aggettivi non sono imposti con rigore, ma hanno la leggerezza di pennellate impressionistiche o, come piace dire a qualcuno, macchiaiole. Insomma, non restiamo impantanati nel giudizio dei frettolosi professori che vanno avanti per schemi, o nel superficiale atteggiamento di alcuni poeti che di Carducci hanno letto soltanto Il bove e in malo modo Pianto antico. Del resto, diceva Riccardo Bacchelli, “ la parodia è in un certo modo la consacrazione dei capolavori”. Le poesie di Carducci sono state lungamente, e sono, parodiate, addirittura musicate e cantate, anche se spesso con vezzo ironico. Anche questo è un segno della sua attualità. Perciò è bene dire a chiare lettere che bisogna tornare a rileggere (a leggere!!!) Carducci senza più il peso delle vere o false ideologie che ne hanno limitato il transito nell’immaginario, e cominciare a scegliere per un’antologia ideale i testi che veramente si pongono fuori dal tempo e sono magia di invenzione. Non riesco a credere, lo ripeto, che tutti i poeti del Novecento si siano abbeverati a un non poeta, a un sacerdote della poesia senza poesia. Allora è bene ritornare alle fonti, avere l’umiltà di scendere a patti coi testi carducciani, leggerli sgombri da qualsiasi condizionamento ideologico e critico, da soggettivismi deteriori. È possibile che non avvenga nessun sussulto, che l’incontro diventi una sorta di naufragio nell’indifferenza, ma almeno si potrà dire di avere provato a sondare una realtà falsa, falsa per molte generazioni e ritenuta invece vera e autentica. Non fosse che per questa ragione, bisogna riprendere il contatto con Juvenilia, con Levia gravia, con Giambi ed epodi, con Rime nuove, con Odi barbare, con Rime e ritmi e andare magari alla ricerca degli sfaldamenti linguistici che le pervadono, o dei sensi occultati e comunque fecondi che stanno in agguato. Se saranno accertate queste ed altre cose potremo comprendere le ragioni della sua fortuna per tutto un secolo e il motivo per cui ancora oggi fa discutere, seppure soltanto in termini teorici che non danno ragione dei suoi versi. Io credo comunque che nella poesia di Carducci sia stata sviluppata in maniera ampia e molto visibile la lezione del Campanella della Città del sole in cui si parla dei sette gironi le cui pareti sono istoriate. C’è un Carducci figurativo e se ne parla poco, un Carducci che bada a portarci nei luoghi descritti con particolari delineati meticolosamente. E basterebbe questo a renderlo nostro coetaneo, a darci la consistenza di una poesia che ha risonanze originali e limpidezza di dettato. Alcuni componimenti si liberano dalle strutture organizzate e vanno a codificare una nuova realtà semantica in fieri. Un Carducci che suggerisce è cosa rilevante; un Carducci che abbandona le positure per una libertà di movimento è cosa che ci fa riconciliare con la sua fermezza e ci fa pensare alle sue ricorrenti sperimentazioni, altro che ad affossamenti nel risaputo. Si badi che egli ha la forza di “costringere” il lettore a piegarsi prima al suo sguardo e poi al proprio. Non impone soltanto il suo sguardo, ma lo ritiene prioritario. Da ciò quello scatto verso una visione duplice della realtà, uno scendere rapido nel proprio angolo visuale e confrontare le immagini, seppure identiche all’apparenza. Mi viene il dubbio che da parte di molti critici ci sia l’esigenza di volere un Carducci leopardiano, cioè intenso nei grovigli dell’anima e avvolto in una spiritualità contorta e incapace di uscire dalle inquietudini se non per lampi che tentano di squarciare l’invisibile. Si dimentica così la sua formazione, il suo slancio vitale, la sua forza leonina che voleva imprimere alla energia dei versi il senso recondito del mistero della vita e della morte. Nel suo mondo non entra lo sfacelo, non entra la rincorsa a lacerare l’invisibile e affidarsi all’imponderabile e non entrano le lungaggini dei lutti: appena si affacciano le disgrazie e i dolori egli li trasforma in necessità concrete, in racconti che riflettono e stigmatizzano lo scorrere della vita. Anche nelle sue elegie più famose si avverte la grandiosità concreta delle immagini e il paesaggio stesso diventa una parte del suo essere, una radura ideale in cui si immerge per ritrovare il controcanto delle sue malinconie o delle sue esaltazioni. Questo atteggiamento gli permette di essere a un tempo soggetto e oggetto del suo poetare e di meditare a lungo sulle sorti della vita, senza tuttavia che avvengano cessioni al disfacimento, all’orrido e al banale: “Com’eri bella, o giovinetta, quando / Tra l’ondeggiar de’ lunghi solchi uscivi / Un tuo serto di fiori in man recando, // Alta e ridente, e sotto i cigli vivi / Di selvatico fuoco lampeggiante / Grande e profondo l’occhio azzurro aprivi!”. Mi viene in mente un libro di Luigi Reina intitolato La poesia come azione e dizione. Ecco, in Carducci è sempre presente l’azione che si configura in quadri dipinti con estrema precisione e con carnale sensualità, con accenti di verità umana che gli hanno permesso di diventare pane quotidiano di molti poeti d’oggi, come ho detto, e lo saranno anche per quelli di domani. In lui c’è anche la dizione, quella misurata accensione del dettato che non è riferimento o omaggio ai tragici e ai lirici greci e all’Antologia Palatina, ma consapevolezza degli strumenti linguistici, forza originale delle percezioni insite nella parola. Naturalmente questo non accade quando egli non abbandona il rapporto tra eloquenza e poesia, anche se il suo caso è diverso da quello di Victor Hugo. Egli frantuma la rotondità sonora servendosi della tradizione burlesca, si diverte e fa perfino il goliardico: “O arcadi o romantici fratelli / D’impertinenza e di castroneria, / Che è questo che vi frulla in fantasia / D’impecorirci i cuori ed i cervelli?”, non solo in questo caso, ma anche quando ironizza sul maggio che educa rose e viole, e sui tanti altri luoghi comuni, come il rivolgersi alla luna di continuo. Nel suo atteggiamento c’è dunque il desiderio di farla finita con le attribuzioni canoniche; ribalta le funzioni delle cose, o le accusa d’essere rimaste nel tramestio delle abitudini. In questo senso, per esempio, possiamo parlare anche di eredità accettata in pieno da un poeta come Aldo Palazzeschi che sembrerebbe immune dalla “malattia Carducci” e invece non lo è per nulla. Tutto questo avviene senza che mai il poeta rinunci al suo forte senso della realtà, a quel piglio indignatamene civile che connota versi belli e brutti. Non è stato mai facile scrivere poesia civile, uscire dal comiziale e dal retorico per fare il punto sugli sconci della società, sul decadimento di essa, sulla violenza, le guerre, la politica. Carducci ci prova a più riprese e ne esce a testa alta, perché almeno in minima parte vince la scommessa e gli accenti d’ira smuovono gli animi. Gli è possibile ottenere esiti alti perché la voce del passato gli viene incontro con i suoi esempi, la storia lo divincola dall’arenarsi sic et sempliciter dallo sguardo corto. Ogni evento viene pesato in maniera comparativa, perfino gli eventi personali (si pensi a Traversando la Maremma toscana e a Davanti San Guido) trovano un assetto dialogico con la Storia con la s maiuscola e si integrano al concerto universale della vita di tutti. L’attenzione carducciana agli eventi storici era vincolata a miti passatisti, come la neoclassica visione dell’anima umana “serena de l’Ilisso in riva” e “intera e dritta ai liti almi del Tebro”, la lotta dei Comuni contro il Barbarossa interpretata non come rivolta feudale, ma come presagio d’italianità. Non meno soggetta a una “nemesi storica”, come riparatrice di delitti e torti, se non nei figli, almeno nei discendenti. Nondimeno seppe intravedere nella Rivoluzione francese l’inizio della “novella istoria”, a dispetto del reazionarismo imperante nell’Italia postrisorgimentale. C’è in questo elemento sia il superamento sia delle astoriche icografie neoclassiche, sia una piena adesione allo spirito del romanticismo. Ma nella sua poesia più matura si intravedono spiriti squisitamente moderni. Il Carducci seppe assumere un atteggiamento virile dinanzi alla vita e agli eventi della vita, non privo peraltro di un senso contenuto e sobrio di malinconia. Nella sua anima si colgono, trasfusi nella poesia, momenti intensi di tenerezza, quando amò rappresentarsi “con gli occhi incerti tra il sorriso e il pianto” nella contemplazione nostalgica del paesaggio “ridente tra le piogge mattutine della sua Maremma toscana, o con un abbandono a un sentimento di mestizia in quella che Luigi Russo giudica una tra le sue più belle poesie, Alla stazione in una mattina d’autunno, che si conclude con la seguente alcaica, pervasa di spirito decadentistico: “Meglio a chi ‘l senso smarrì de l’essere, Meglio quest’ombra, questa caligine, Io voglio, io voglio adagiarmi In un tedio che duri infinito”. Il taedium vitae in questi versi, più che riportarci a Lucrezio caro, ci fa pensare a Charles Baudelaire, poeta dello spleen esistenziale. E dal poeta francese, padre del decadentismo europeo, il poeta libera, mente trasse le prime due strofe di Vendette della luna: “Te, certo, te, quando la veglia bruna Lenti adduceva i sogni a la tua culla, Te certo riguardò la bianca luna, Bianca fanciulla. A te scese la dea ne la sua stanca Serenitade, e con i freddi baci, China al tuo viso – O fanciulletta bianca – Disse – mi piaci”. Così infatti egli commenta: “Questo principio è imitato dal principio del XXXVIII dei Petits poëmes en prose, intitolato Les bienfaits de la lune di Carlo Baudelaire che incomincia così: La lune, qui est le caprice même, regarde par la fenêtre pendant que tu dormais dans ton berceau, et se dit: ‘cette enfant me plait”. Tutto questo si è detto (o si è appena delineato) perché è tempo di attribuire a Carducci la collocazione che merita. |