Polimnia  FILM

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“Alice in wonderland” e il tradimento di Carrol
Nicholas Ciuferri


C’erano grandi aspettative, c’erano grandi potenzialità, c’erano le persone giuste. È curioso come talvolta tutti gli ingredienti migliori possano dare un piatto immangiabile.
Perché “Alice in Wonderland” è un’operetta insipida che delude sotto ogni punto di vista. La storia non presenta che accenni imprescindibili del capolavoro letterario, è spogliata di ogni significato e originalità, presenta una sceneggiatura vacua con lo stravolgimento inutile di molti personaggi, in primis il Cappellaio Matto che si ritrova ad essere un eroe coraggioso, carbonaro e romantico solo per compiacere la presenza di un Johnny Depp al suo punto più basso (ma lui lo si può perdonare). Tim Burton confeziona un filmetto adolescenziale e irrispettoso di ogni suo predecessore (benvenga a questo punto l’esperimento dark di Marylin Manson ! e il peggior capitolo di Terry Gilliam con Tideland) in cui Alice non è più l’eroina in balia del caso e degli eventi, ma una paladina (!!!!) con un futuro già scritto e soprattutto senza mai cadere nel minimo paradosso (tanto cari al matematico Carrol, specialmente in “Alice attraverso lo specchio”), diventa l’ennesimo clone di un Frodo stanco di seguire sempre lo stesso copione, il buono, il cattivo, la spada, il drago, il voto il gesto… Tanto che alla fine si spera nella vincita della Regina Rossa ! Viva la Capocciona ! Almeno lei ha un senso.

Tra le nuvole
Nicholas Ciuferri

Non è una semplice commedia che si manifesta nella nuova grande depressione economica. È un film che parla di molto, di legami, di profondità, di amori, di persone come zaini, che s’illudono che è meglio essere vuote che piene.
Ryan Bingham, un “licenziatore” vive tra uno scalo e l’altro, è il viaggiatore perfetto, perché ha fatto del viaggio la sua condizione ideale, senza punti fermi, senza legami o ancoraggi a terra o con chi sta a terra.
La crisi economica ha fatto si che il suo lavoro aumentasse e così il suo sogno, il suo obiettivo, arrivare alle dieci milioni di miglia aeree (sulla luna ci sono state più persone…) si palesa sempre più vicino.
Ma l’esistenza schematica e perfetta che si è costruito può crollare da un momento all’altro, poiché una vita senza legami è una vita fragile. Quindi l’avvento di una collega che rivoluziona il suo lavoro introducendo il licenziamento via web-cam e la conoscenza di una donna che sembra in tutto e per tutto il suo alter ego femminile (“pensa a me come a te, ma con una vagina”) lo portano a rivalutare tutto quello che credeva vero. Riscoprirà il valore della famiglia e dei sentimenti, riempirà la sua vita come lo zaino che si è sempre rifiutato di portare sulle spalle.
Ma il finale rimane amaro e per nulla scontato, forse giusto a suo modo, lasciandolo tra quelle nuvole a cui avrebbe potuto (voluto) finalmente rinunciare.

Avatar, quando non si deve aver paura di gridare al capolavoro
Nicholas Ciuferri

È stato detto molto riguardo ad Avatar anche se la definizione più bella e sintetica l’ha data Stephen Spielberg “è un’esperienza sensoriale”.....
Molta critica tende a snobbare quest’opera classificandola per masse e quindi “facile”. Varrebbe quasi la pena di ricordare che l’arte non deve necessariamente essere settaria e di nicchia, la “Gioconda” attrae centinaia di migliaia di visitatori l’anno eppure non viene maltrattata dai critici d’arte per questo.....
Il film di Cameron ha una storia in cui affronta tematiche estremamente forti, la guerra, gli interessi economici (e in particolar modo quelli energetici), l’ambiente e una concezione completamente di “mondo”. Lo fa in grande con una tecnologia che rende possibile una visione che accorcia ulteriormente il passo verso la realtà virtuale, ma non si nasconde mai dietro l’effetto speciale; il film anche in 2D rimarrebbe meraviglioso, di quante altre pellicole potremmo dire lo stesso ?....
I temi affrontati sono, ripeto, estremamente impegnati ed attuali, ma non tutti nuovi (è purtroppo il nostro mondo continua a non evolversi in una certa direzione); Cameron attinge a piene mani da un cinema d’animazione che vede in Miyazaki il più alto esponente, c’è molto di “Nausicaa”, “Laputa”, o “Mononoke”, anche negli scenari visionari che incantano con la magia di un mondo sognato; mentre il paragone con Pocahontas (purtroppo sentito con una certa frequenza) lascia un po’ il tempo che trova. ....
Non credo che questo film cambierà qualcosa, il budget richiesto per fare opere simili è ancora inaccessibile per quanto si riduca velocemente il costo della tecnologia e forse è un bene, perché qui c’è un messaggio meravigliosamente incartato, sulla sua scia ad inseguire un successo sicuro rischieremmo di trovare solamente delle cornici, per quanto belle, vuote.
Basta che funzioni
Bentornato Woody !

Nicholas Ciuferri


Anche se per tre volte c’è il microfono in campo, anche se il doppiaggio all’inizio è visibilmente sfasato, anche se Evan Rachel Wood non è la Mila Sovrino che recitò sublimemente una parte analoga ne “La dea dell’amore”, questo film mi fa uscire dalla sala felice di aver ritrovato un Woody Allen che credevo perso per derive irrecuperabili.
All’inizio c’è un po’ di paura per una commedia che potrebbe essere scura e mal riuscita, e che invece fila via dritta su ritmi e battute sferzanti e brillanti.
La storia è presto detta (e volutamente tralasciata)… un ex fisico insignito per il Nobel vive a New York la sua incazzosa misantropia, tra lezioni di scacchi e di pessimismo cosmico; una ragazza scappata di casa e incapace di comprendere il sarcasmo (e molto altro) gli cambierà la vita, con molta pazienza e confusione. Ma il vento che spira dal sud porterà altre vite pronte ad essere stravolte, macchiette di un’America fondamentalmente provinciale e fanatica verso cui Allen prova un evidente amore/odio, come per un’Italia presente di sfondo, da cogliere.
Il film è decisamente riuscito, imperfetto quanto basta, accattivante,emozionante.
Perché l’entropia è quando il dentifricio non rientra nel tubetto.
 

 Cesare Biarese Intervista a cura di Serena Maffìa
 
Nato a Boves (Cuneo), Cesare Biarese vive a Roma dove lavora a Mediaset come story editor e producer di fiction. Studioso di cinema e di televisione, ha pubblicato libri su Valerio Zurlini e Michelangelo Antonioni e ha collaborato a riviste di cinema (“Bianco e Nero”, “Segnocinema”): Ha tenuto corsi e seminari sulla scrittura per il cinema e la fiction tv presso l’Università dell’Aquila, l’Unimolise e il Dams di Roma.
 
 
SM: Si dice che gli autori siano “gente strana”, in che senso?
CB: Che la creatività abbia influssi sul carattere e il temperamento delle persone, mi pare non discutibile. Ma, più che “strani”, gli autori appaiono dotati di un’energia che li spinge in determinate direzioni e che a volte può portare a comportamenti che forse non sempre sono in linea con quelli comunemente praticati dalla “gente comune”. Ma oggi, francamente, mi pare un po’ in disuso la figura dell’artista maledetto…
 
SM Qual’è stata la sceneggiatura più interessante alla quale hai lavorato?
CB  Difficile dire, perché ogni storia a cui si lavora diventa in quel momento un banco di prova e un concentrato di stimoli che alzano il livello di interesse. Il progetto che mi ha coinvolto di più, purtroppo, non è arrivato in porto, nel senso che non è entrato in produzione. Era la storia di un giovane pugliese che negli anni cinquanta emigra in Germania: attraverso lui si raccontava un po’ la storia dell’emigrazione italiana in Germania, mettendone in particolare evidenza le difficoltà dei rapporti sentimentali e familiari. Era quindi anche una tormentata storia d’amore. Si intitolava Il milionesimo (in riferimento al milionesimo lavoratore straniero arrivato in Germania proprio in quegli anni)
 
SM Il lavoro più arduo?
CB  Forse quello su Il bello delle donne. Una lunga gestazione con molte revisioni e ripensamenti, ma sempre con l’idea di lavorare a un prodotto nuovo e con una buona squadra di sceneggiatori. Purtroppo nelle serie successive, si è via via un po’ perso lo spirito che animava la prima: un ritratto attuale della donna, non conformista e ricco di sfaccettature. Poi c’è stata una deriva alla ricerca dell’eccesso, che ha allontanato il pubblico.
 
SM Qual’è la fiction più seguita dagli italiani?
CB Le preferenze degli italiani vanno nella direzione delle “storie di casa nostra”, in cui siano presenti figure riconoscibili, in cui potersi identificare (anche se poi, nella realtà, le cose vanno diversamente): dal dott. Magri di Amico mio al Maresciallo Rocca, al dott. Martini di Un medico in famiglia. Figure rassicuranti, che ci sembra ( o ci si augura) di poter incontrare sotto casa. Oggi vanno benissimo I Cesaroni, famiglia incasinata come poche, ma vista attraverso il filtro della commedia, che rende tutti più simpatici, avvicina i personaggi più improbabili e rende credibili le situazioni più inverosimili.
 
SM Per farne tesoro, quali sono le esperienze formative e i libri che hanno gravato sul tuo bagaglio culturale?
CB Ma ho ancora tante scoperte da fare e mi piace cominciare dalle più recenti, che in qualche modo possono essere forse più facilmente condivise. Una per tutte: la figura e gli scritti di Pavel Florenskij, le cui opere stanno venendo alla luce a poco a poco, dopo un periodo di oblio. E’ un filosofo e teologo, oltre che studioso di estetica e di arte, già definito il “Leonardo da Vinci della Russia”, morto, fucilato, a 55 anni nel gulag delle isole Solovki. Un’altra riscoperta recente sono i Racconti dei Chassidim di Martin Buber. Riandando indietro nel tempo, potrei fare dei nomi di registi, le cui opere mi hanno in qualche modo segnato dentro nel periodo della mia prima formazione: Bergman, Bresson e Antonioni. Pickpocket rimane a tutt’oggi un faro.
 
SM Che consiglio dai ai nuovi sceneggiatori sempre più numerosi?
CB Acquisire una formazione di base solida: il che significa anzitutto saper scrivere! E poi leggere i grandi narratori del passato (Dickens e Tolstoj, tanto per fare i due nomi in cima alla lista),vedere e studiare i classici del cinema, andare alle mostre d’arte… ascoltare musica… insomma, nutrirsi bene, perché chi non ha niente dentro non può poi esprimere niente di interessante. Inizialmente non preoccuparsi di finalizzare, ma leggere, guardare e gustare senza finalità immediate di utilizzo. Poi anche i manuali e la trattatistica sullo storytelling possono essere utili, a patto che non diventino una gabbia di precetti, che impedisce alla creatività di esprimersi. Postilla: altro grande serbatoio per capire e saper raccontare le storie  - che è poi il mestiere dello sceneggiatore – sono i miti, da leggere in origine (Ovidio & C.) e da divertirsi a trovare nelle infinite declinazioni delle storie, quelle autentiche e quelle fittizie, del mondo, di ieri e di oggi.
 

 


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