home


RECENSIONI     POESIE     CONVEGNI     PREMI     ARCHIVIO FOTOGRAFICO     POESIA IN CUCINA     EVENTI     FILM     TEATRO     VIAGGIO     PROBLEMI?
 

 

Chi siamo

Poeta del mese

Numeri arretrati

Abbonamento

Contatti

 

 

Polimnia N 13 Dino Claudio

Dino Claudio Poeta

 Dante Maffìa

 Più le mie indagini sulla poesia del Novecento italiano si ampliano e si approfondiscono e più mi rendo conto di avere colto nel segno nel sostenere, da tempo, che alcuni poeti sono stati impropriamente esaltati e altri trascurati, messi in disparte. Le ragioni sono varie e complesse, a cominciare dalla protervia cieca del potere editoriale che dà spazio soltanto agli amici del potere, quale che sia la fattura dei loro versi, la qualità della loro scrittura, fino a giustificare il passatismo ,se fa comodo, o a ricusarlo come grave colpa, fino a legittimare sperimentalismi inesistenti, velleitari e capricciosi, fino a imporre una linea poetica inventata di sana pianta e fatta passare per egemone, volenti o nolenti. Gli ultimi circa cinquanta anni della poesia italiana sono frastagliati e confusi; la proliferazione delle tipografie ha permesso la pubblicazione degli scritti di tutti i farmacisti d’Italia, di tutti i maestri elementari, di tutti gli avvocati, degli idraulici, dei muratori, delle casalinghe e delle nobili, dei professori e degli impiegati dello stato.

Libertà assoluta e quindi buon segno di crescita, perlomeno sintomo di un interesse per la poesia che nel bene e nel male vuole affermare la sua esistenza e la sua durata. Il compito però di discernere toccava ai critici, agli antologisti, a chi è preposto a selezionare, a fare le scelte adeguate per stabilire poi chi rappresenta e chi rappresenterà il nostro tempo nel futuro. Tutti giocano a calcio, per fare un esempio banale, ma pochi sono scelti per la Nazionale, magari con qualche errore, ma per lo più intelligentemente se è vero, com’è vero, che si arriva alle finali e a volte si vince. In poesia la Nazionale è stata stabilita da prepotenti che non leggono se non le scartoffie dei compari e si finisce per mettere nel silenzio poeti come Dino Claudio. Intendiamoci, il riferimento al silenzio è solo in direzione delle antologie e delle letterature prodotte senza scrupoli etici ed estetici, perché Dino Claudio ha avuto consensi enormi da critici e studiosi che rispondono ai nomi di Giuliano Manacorda, Giovanni Titta Rosa, Renzo Frattarolo, Salvatore Orilia, Emerico Giachery, Elio Filippo Accocca, Walter Pedullà, Alfredo Luzi, Alberto Longatti, Federico Roncoroni, Giorgio Barberi Squarotti, Walter Mauro, Salvatore Valitutti, Francesco Tateo, Maria Luisa Belleli, Rodolfo Di Biasio, Alberto Frattini, Mario Picchi, Gabriele Di Giammarino, Alessandra Briganti, Giuseppe Farinelli, Sabino Caronia, Giuseppe Amoroso, Ermanno Paccagnini, Maria Grazia Lenisa, Enrico Nistri, Donato Valli, per fare soltanto qualche nome. Questi critici non si sono limitati a rapide e generiche valutazioni, ma hanno discusso profondamente la poesia di Caludio e c’è perfino una ottima monografia di Bruno Rossi, di oltre quattrocento pagine, che analizza tutta la produzione del poeta con rigore e con grande acume. Ma non è bastato a dare al poeta il posto che merita nel panorama letterario odierno. Io però sono convinto che il tempo davvero è galantuomo e che la sua poesia, proprio perché frutto di intelligenza, sentimento e lavoro attento ed oculato, a un certo punto sarà unanimemente riconosciuta, anche perché, come scrive Rossi, “La critica non può ignorare la novità modernista di Claudio, essa percepisce la trasgressività di questo ritorno innovativo, avendo assimilato, quest’ultimo, il linguaggio stesso della poesia contemporanea e imponendo un confronto di riflessione che è anche misura della sua stessa efficacia artistica”. Ho vagliato attentamente i vari saggi e le recensioni dedicate a Dino Claudio e mi sono reso conto che è stato interpretato correttamente. Quasi tutti i critici sono riusciti a penetrare nel suo mondo cogliendone la ricchezza dei temi, la preziosità del linguaggio, la sua religiosità, la magia dell’infanzia, il suo amore per il figurativo, il suo rapporto col silenzio, la sua classicità, la sua visione filosofica della vita, la nostalgia che illumina i suoi percorsi, il senso leggero e dolente dello scorrere del tempo, la incapacità ad aprirsi al mondo, perfino le sfumature di simbologie che nel mentre dicono si dissolvono in liriche vaporose. Insomma, è poesia registrata e valutata appieno, ma l’appello di Giuseppe Farinelli (al quale mi sono associato fin dall’inizio totalmente) rimane voce clamante nel deserto. Allora forse è il caso di offrire delle letture diverse, uscendo dalle griglie metodologiche, affidandosi ai testi, più che ai massimi sistemi, perché questa poesia è intrisa di molta vita rifiutata e fatta aspettare, di ansie mai sopite, di gridi repressi, di vastità racchiuse nel grumo di attese infinite e ha bisogno di uscire allo scoperto, di incontrarsi con un pubblico più vasto, di avere riscontri fuori dalla ristretta cerchia dei letterati, anche per saggiarne la portata emozionale su un territorio umano più esteso ed eterogeneo. E ciò è possibile soltanto se si esce dalle teorizzazioni, se si trova la strada per giungere ai cuori. Non sarà facile; troppe barriere sono state alzate contro la poesia che si è abbeverata alle fonti del classico, che ha cercato di attualizzare i miti, come ha fatto Claudio. Egli si è educato alla lezione di Foscolo, di Quasimodo, almeno per le composizioni di Autunno e Puglia del 1963 e di Fine di un’amicizia del 1970, portandola ad esiti nuovissimi, a un dettato purissimo in cui a prevalere è la musica: intensa, corposa, scandita in una progressione quasi wagneriana e comunque mai dissonante, mai dispersiva. Ecco, è su questa linea che bisogna inseguire i sogni di Dino Claudio, entro questa direttiva leggerlo e offrirlo ai lettori, proprio per farli entrare nel vivo del suo discorso poetico. Poi verranno da sé le altre implicazioni, si imporranno le altre qualità. “… la vita appare giunco / riflesso nello stagno che il sibilo / del vento riattorciglia”. Il poeta disorienta di proposito il lettore, non contiene nei singoli versi i settenari e gli endecasillabi (si provi a riscrivere “la vita appare giunco / riflesso nello stagno /che il sibilo del vento riattorciglia”) e così la rotondità dei suoni si addensa in accordi da incalzare, in modo che il significato diventi una possibilità sempre accesa. E siamo appena al Prologo della sua produzione che con Autunno e Puglia fa sentire tutta la vastità delle corrispondenze che significanti e significati si scambiano, tutta la forza espressiva di una fioritura di canto che non teme l’affondo e si alza come a cercare il consenso del cielo, in modo che “nuove primavere germogliano ai sassi”. E come in un concerto (è proprio come un concerto che ho seguito la lettura delle poesie di Claudio) egli sa dosare suoni e risonanze, accordi e timbri, acuti e bassi. Tanto è vero che a seguire il poemetto sulla Puglia viene Settembre, uno di quegli schizzi perfettamente riusciti di cui ha parlato Emerico Giachery e nel quale troviamo un inaspettato neologismo, s’ammita, che rende giustizia con dolcezza e grande umanità al mondo animale, quel mondo che Claudio ha saputo magistralmente interpretare ne L’isola di Cicno, opera narrativa ma ricca di poesia, come i numerosi articoli hanno dimostrato. C’è un altalenare di narratività e di liricità nello svolgimento dell’opera poetica, un continuo contrappunto di “dolcezze e di furori”, un pudore vigoroso e incisivo quasi sconosciuto alla poesia italiana degli ultimi decenni. Claudio è attento a significare il dettato dell’anima, secondo quanto ha detto Dante, non forza mai la mano, non s’arrende alle malie superficiali. Scrive quando avverte che la sua anima è colma, che i sensi si sono troppo affollati e bisogna districarli per non soffocare. Si prenda Annina, ritratto di donna che resta in noi perché privo di dati che non ne delineano i caratteri somatici e ne evidenziano invece quelli umani, spirituali e detti con tono tra scotellariano e sinisgalliano smussato dal ricorso a “giovanezza” , vocabolo caro a Leopardi e a Saba. Lo stesso avverrà per Zingara, per Zabok ( che è uno dei due Racconti), per Rossana e per Maria. Per darci il ritratto della loro anima non ha bisogno di definirli nella fisicità, può riportarli al suo ricordo, mutarli in simbolo, in alter ego incompiuto e sempre teso al divenire. Si alternano, come nei dialoghi di Yeats, come nelle Fughe sabiane le due voci interiori del poeta, quella pessimista, quella che vede il nero ovunque e la disperazione, la negazione, il buio e la perdita e quella che invece non si arrende e strepita all’improvviso ricorrendo alla speranza . Nella terza sezione di quel piccolo capolavoro che è Ritorno a Passoscuro infatti leggiamo: “Io lo so che verrà la primavera. Sugli alberi canterà vivo il verde dei germogli, le capre festanti torneranno l’erba nuova a brucare e i trifogli”. Ma Dino Claudio alterna anche il tono che si fa ora aulico e ora colloquiale, ora disteso e ora irto, ora simbolico e ora realista, crepuscolare, romantico, perfino ermetico in certi passaggi rapidi, in alcune implicazioni in cui lo scatto della luce impasta le sensazioni e le rende vaganti, con qualche punta di surrealismo. Si può dire che Claudio è transitato attraverso molteplici esperienze riportando tutto alla sua dimensione culturale e poetica. Per esempio i lirici greci arrivati a lui prima nell’originale e poi da Romagnoli, da Errante e da Quasimodo trovano una dimensione nuova e s’attestano su intensità evocative davvero notevoli. Si leggano Nostalgia, Il fischio adolescente, Casa di campagna, Portami le nubi, Siesta, Notturno, Altra era la canzone, Visione, Metamorfosi, Sui monti, Pan, Argini del Lambro. Sentiamo una forza di limpidezza che staglia su uno sfondo altrettanto nitido immagini e parole, e sentiamo aleggiare nell’aria il frusciare delle farfalle, delle allodole,lo schiudersi dei gelsomini, la fragranza delle rose, del mirto, del cispo, della genziana, dell’asfodelo. Non cito a caso: nella poesia di Dino Claudio c’è un immenso zoo e una flora altrettanto rigogliosa e varia. Sono citati, e varie volte, centodiciassette animali, da quelli casalinghi alle iene ai leoni, agli avvoltoi, al bruco, ai castori, all’usignolo, ai trampolieri, agli aironi, ai tori, ai cigni, ai dinosauri, alle serpi, ai cammelli, alla procellaria, all’upupa, al capriolo, alle rane, agli urogalli, al formichiere. Identica dovizia c’è per quanto riguarda la flora: dal giunco all’alloro, dal basilico alla menta, dai papaveri all’edera, dal geranio al crisantemo, dalle ginestre ai pruni, dal cimino alla vitalba, dal lentischio al miglio, dal trifoglio alla genziana, dal ravano all’indivia, dai pistilli ai cedri. Un pullulare di presenze che non restano mai esterne al discorso, mai decorativismo. Questo rapporto con la natura ci fa sentire la bellezza del creato, ci mette a contatto con il mistero del mondo e ci dà la possibilità di entrare nei segreti dei risvegli, delle albe, dei tramonti e, proprio come ha scritto Bruno Rossi, ci mostra come “la poetica di Claudio… si basa sui contrasti, su una unità classica, un’armonia stilistica ottenuta attraverso un dinamismo dialettico, in cui le tensioni non si annullano, una a spese dell’altra, ma si compongono mantenendosi autonome”. L’armonia stilistica però non nasce da improvvisazioni; è tessuta su un pentagramma variegato e ammiccante che si serve della funzione del vento e dei colori. Fin dagli esordi infatti si può constatare quanto siano importanti questi due elementi che sorreggono l’impianto fortemente lirico delle composizioni. In tutta la produzione credo che ci siano non più di cinque o sei testi privi di colori e altrettanto della presenza del vento. Non è una ossessione, né un vezzo per farsi “riconoscere” a primo acchito, ma un suggello, il timbro a secco di un’anima che per uscire dall’inerzia, dall’immobilità degli eventi e dei pensieri, si affida alla funzione del vento a all’arcobaleno. Verrebbe voglia anche in questi due casi di fare il conto della loro presenza, a cominciare dai colori del Prologo e finire al Congedo III. Le “acque verdi” sembrano generare i “verdi tratturi”, i “verdi anni”, i “pascoli verdi”, i “campi verdi”, il “verde del tuo altare”, il “verde dei muschi”, i “verdi promontori” (ma gli esempi sono tantissimi), così come il bianco genera similitudini e immagini di chiarezza e il rosso immagini di passione e di calore. Ma il colore che maggiormente si staglia in tutta la sua frenesia e tutto il suo fulgore è l’azzurro. C’è un altro poeta che ha adoperato l’azzurro con funzioni precise, come metafora delle bellezza, della gioia, dell’esaltazione: Alfonso Gatto. Ma per Dino Claudio non è una diramazione visibile dell’anima, è colore vero e proprio che irrora il mondo di forza magica, di innervature che portano fuori dal grigio. Infatti, proprio come succede col vento, l’azzurro accende o fa divagare, riporta ogni cosa nell’alveo di quella figuratività individuata da Giachery. Il vento invece è forza propulsiva che lievita la poesia di Caludio e le vivifica facendola sobbalzare ( è elemento costante di tutta la poesia lirica fin dall’antichità e poi utilizzato con rinnovata energia da Quasimodo, da Gatto e da Barberi Squarotti), dando ai significati e ai significanti una vibrazione originale. Alcuni esempi: “si sciolgono nel vento le campane”, “E allora tuo ricamo angoscioso piega / un vento e di destino odora il tuo patire”, “architetture evanescenti trae il vento / dalle dune”, “sul cristallo della neve il tuo sorriso, / nell’etra la purezza del vento”, “Oggi la musica degli alberi / s’innerva per dove scorre il vento”, “mulinelli di sabbia al pentagramma del vento”, “la chioma folle di vento”, “fanno tua la cara luce dei miti / nel vento che dall’antro rimanda la Sibilla”, “e nelle pause / del vento i fiori assurdi annuso del silenzio”, “anima / non più mia nei triboli del vento”, “e un mare / trascolora di convolvoli / e fiordalisi azzurri dentro il vento”, “Andrò / per le strade del mondo / come vento trafitto dalla luce”, “ed è la nostra orma gioco di vento / sul deserto”. Ci sono addirittura delle poesie, come Pioggia il cui il vento ha grandi ali e in cui “Chiuse in corolle di giacinti / nel vento oscillano le api”, o come Se il vento, rapinatore dell’infanzia,o come la sezione IV di L’amica perduta in cui “libeccio … affina i tuoi capelli”. Immagini multicolori e danzanti, come se il vento (l’indagine ha prodotto centinaia di citazioni!, avesse mani e anima, corpo e desideri, perversità e amori. E Claudio lo adopera come il proseguimento dei suoi desideri, come le sue mani allungate verso l’infinito, come la sua anima universale che s’espande e domina anche nei recessi più impensati, nei segreti del mondo. Ma è stato detto e spiegato da Donato Valli che c’è una continuità sostanziale tra la poesia e la narrativa di Claudio, ed è perfettamente vero. Basti leggere L’utopia che sembra la sintesi de L’isola di Cicno, questo romanzo che ha antecedenti illustri in Fabio Tombari e in George Orwell, e che Claudio ha saputo portare ad esiti personali con mano felice e autoritaria regalandoci un capolavoro che dovrebbe essere conosciuto, soprattutto dai giovani. Si tratta di una lezione alta sul comportamento degli uomini, sulla gestione della democrazia, sugli ideali che cozzano con la cruda realtà e con la diversità delle posizioni e delle necessità umane. Una metafora corposa e risentita contro la cecità del potere privo di fede e chiuso nelle ombre assurde della laicità magistralmente confusa con laicità. Da qui il passo era quasi naturale verso la poesia civile, una delle note più avvincenti di tutta la sua produzione. Anche quando sembra che egli parli di cose della quotidianità si avverte una punta di indignazione contro il banale e il futile. Da qui il suo entrare e uscire dalla strada della poesia civile addensata con evidenza soprattutto in Miniera, una suite dedicata “Ai minatori di Marcinelle”. Qui viene fuori immediato il senso di partecipazione di Claudio, il suo afflato che si fa abbraccio aperto al mondo. Le atmosfere sono create grazie a immagini forti: i gatti che “tacciono / paghi di luna”, “i polmoni scavati da polvere nera”, “una bufera” che copre di “cenere nera”… Il nero la fa da padrone, con il vento che cerca di ravvivare, ancora una volta, le terribili situazioni di dolore e di morte. Infatti “Urla il vento / nei capelli delle vedove”, “Mugola il vento nella notte nera”, “l’urlo del mare e il tonfo precipitoso del vento”. Pur essendo stato un uomo che ha viaggiato, ha visitato luoghi lontani ed ha fatto lunghe e svariate letture Claudio resta legato alla sua terra, ne compone tessiture ampie, con particolari che indirettamente potrebbero servire perfino a un antropologo per ricostruire rituali ed atteggiamenti, idee e costumi di almeno mezzo secolo. Ma l’abilità del poeta non permette mai ai dati etnologici di sovraccaricare il senso delle cose e così la voce si assesta su timbri che entrano ed escono dall’idillio, dall’epico, da un romanticismo tutto particolare che ha connotazioni squisitamente mediterranee. Non parlo della mediterraneità già accertata da Barberi Squarotti con riferimento a Omero e ad Orfeo, ma di quel respiro del mare che conserva nella memoria e nel paesaggio le orme dei padri, incancellabili fioriture che ricrescono ad ogni stagione. In tutta l’opera si avverte un fiato che scorre rapido sulle cose e le rende impalpabili, come se esse nascessero dal fiotto di un ricordo immediatamente fastidioso e bello insieme; Claudio affonda se stesso nell’infanzia e nel sogno ma se ne ritrae, quasi che lo riportassero sull’orlo di un abisso precario di cui conosce la paradisiaca e infernale voce. Donato Valli ha scritto che “Persino la descrizione ha qualcosa di favoloso” in Claudio, ed ha colto direi l’essenza del suo procedere, la delicatezza dei recuperi memoriali e della lontana realtà che si fanno sogno, principio di una dolcezza ormai perduta. Eppure non sentiamo note nostalgiche, rovistare di lamenti. C’è la consapevolezza del non ritorno, del passato che dev’essere ormai vissuto nel presente e quindi deve assumere la sostanza fascinosa del salvadanaio. Prendiamo una delle più riuscite composizioni, Racconto, in cui si stagliano in una magia realissima e fiabesca i ricordi e anche se si tratta di uno sguardo preciso, di “rappresentazione” dettagliata, ogni cosa sembra nascere dall’ovatta del sogno: “Il geranio che trema nella autunnale brezza e timido s’affaccia alla ringhiera rugiadoso nell’aurora, mi rammenta un prato tutto azzurro di non-ti-scordar-di-me. Dal fondo verde cupo della valle le macchie bianche delle vacche sparse salivano lente alla pastura. S’udiva il tintinnio dei campanacci. Le greggi raccolte sulla mulattiera erano la dolce lana della sera. Le facce dei pastori a spigoli di roccia splendevano di un color di terracotta. Il caglio era pronto e fresco il latte per la ricotta. Gonfia un’ape tornava alla regina le formiche esultanti al formicaio gridava innamorato un gallo e l’abusato usignolo aveva un canto nuovo. Trillava tra la forre una sorgente. Era nata lì dove i pastori tra stelle e stazzi riempivano i fienili gorgogliando irrompeva in mezzo al prato; splendeva di un colore solare la vita elementare. Una attenzione particolare però va riservata ai poemetti di Claudio nei quali egli sa estrinsecare una orchestrazione composita e complessa, con rimandi che affondano le radici nella filosofia dei presocratici, fino ad arrivare a Seneca, Montaigne, Pascal e Rousseau. Non si avvertono espliciti riferimenti, ma un sottofondo nutrito di pensiero, un ragionare sottile sul senso della vita e della morte, sul significato dell’essere. Già in Autunno e Puglia avvertiamo che accanto alla bellezza delle immagini del paesaggio (“nel sonno dorato degli albicocchi”, “solo nei tronchi / agli ulivi un dolore spasima ancora / da origini profonde”) c’ è un riferimento preciso a Pitagora e ad Orfeo. Ma anche in Per l’amante indiana c’è un ragionare alto, un afflato senza torbido, senza riserve. Il poeta apre le braccia al mondo, alla diversità. Il canto aperto poi si estrinseca in totalità in Lettera dall’Abruzzo e le annotazioni più spiccatamente “filosofiche” (virgoletto per far intendere che non si tratta di metodo filosofico applicato con rigore, ma di pensiero sparso), anzi marcatamente metafisiche: “Mi sembra di essere qui dall’eterno /inchiodato alla roccia di questi monti, / di aver contato infiniti autunni di piogge / lunghissime e inverni di nevi / allucinanti, dove non ha senso l’antico / ritornello del divenire”, mostrano un Claudio che ha saputo diluire la pienezza del suo pensiero in affabulazione lirica. La stessa atmosfera si vive in Naufragio (“Nel naufragio naufraga / la primizia ineffabile, il meglio / che colora il mondo di vital parvenze / e illude le corolle dei fiori”) e soprattutto in La fonte e la sete, dove il linguaggio rarefa le accensioni in saggezza illuminata, in una rigenerazione che evita l’apocalissi. “L’estate senza storia” si apparenta subito a una sonorità antica, a un’eco che arriva dai profondi abissi. La presenza della iena ci porta a figurazioni dantesche che però non sbarrano il passo. C’è sempre il vento che crea o distrugge. Ma il poeta resta fermo, aspetta il segnale dal “gorgo dell’Essere”, ed arriva puntuale in uno scenario d’inaudita ferocia. “Tempeste perfide” occupano gli occhi “disarmati” e si schiodano uomini dalle croci. Il caos sembra avere il fiato caldo, sembra approssimarsi, ma alla violenza fa resistenza, si oppone, “Di Dio / si vieta la scienza ogni visione / perché l’Amore non ama”. Dunque tutto è perduto? No, al confine dell’universo, “tra le fredde / stelle inaccessibili / palpita di azzurri fremiti notturni / la Rocca impenetrabile di Dio”. Viene da chiedersi se siano più alti gli esiti di Claudio quando racchiude in un breve mannello di versi il mondo delle vibrazioni e delle idee che gli affollano la mente e il cuore oppure quando si dispiega, nei tanti poemetti, in una fitta rete di rinvii che non trascurano neppure la teologia. Già, perché il suo pensiero metafisico non diventa astrazione e quindi teorizzazione asfittica sull’esistere, ma fonte di meditazione. E’ vero che da ogni parte arrivano accuse al poeta, perfino l’accusa di esistere, ma egli ormai sa che “Non fu colpa vivere”e dunque vorticherà “nell’azzurro”. Che cosa resterà di questa poesia così lacerata di buio e luce, così chiara nella sua inquietudine e nel suo farsi a ogni istante preghiera e monito? Sicuramente il desiderio di riscatto dalla quotidianità e dal grigiore per mezzo della salvezza cristiana. Su questa terra non c’è posto per una realtà sorda e indifferente, ma soltanto per una realtà che sa tingersi di speranza. Claudio non sempre mette in primo piano le sue angosce religiose, il suo sentimento teso alla ricerca dell’assoluto, ma chi sa leggere si orienta facilmente e si rende conto che in fondo la sua scrittura è un inno costante al Creatore, una necessità di unirsi alla divinità per la gloria eterna. Tutto questo è detto con sussurri, a volte, con ammiccamenti, con lo stupore di chi giorno dopo giorno scopre la bellezza .Ha scritto Bruno Rossi che “Egli sa che solo la scommessa cristiana (scommessa ragionevole, non salto nel buio) offre una possibilità di scampo, e la offre non in contrasto con ciò che la vita indica ma, al contrario, in quelle aperture epifaniche della vita in cui il senso improvvisamente appare, nonostante il precipitare inevitabile verso il silenzio ambiguo ed enigmatico della morte”: “Ricordo il braciere, la carbonella di mandorle le castagne arrostite e quell’odore di casa che fa tenera la voce di mia madre quando in cucina, con le mani tutte bianche di farina, mi chiedeva il lievito di birra e sulla madia impastava la sua vita”.

 

www.dantemaffia.com LEPISMA Edizioni www.serenamaffia.it