Polimnia n13, Editoriale, Giorgio Linguaglossa
A
proposito di casi critici - dal Postmoderno alla mutazione
di Giorgio Linguaglossa
A proposito di Casi
critici – dal Postmoderno alla mutazione (Macerata, Quodlibet 2007 pp. 400 €
28,00) di Alfonso Berardinelli, vorrei citare direttamente l’autore al
paragrafo «La poesia italiana alla fine del Novecento». Berardinelli,
riferendosi al panorama della poesia italiana degli ultimi trenta anni del
Novecento, scrive: «da un lato si è prodotta una crescente marginalità del
genere letterario poesia, o più semplicemente una sua vera e propria
“decadenza”, un suo svuotamento e impoverimento culturale: nessuno dei poeti
più giovani ha acquistato un qualche rilievo sul piano intellettuale e
critico. Dall’altro, questa situazione di marginalità ha provocato un
rinchiudersi degli autori di poesia in un loro ghetto, in una specie di
“riserva” o micro-comunità in cui la discussione e l’approfondimento
intellettuale e critico non sembrano più costituire un interesse vitale e
primario (…) Il fatto che per almeno vent’anni nessun poeta sia stato più un
intellettuale, un critico, un saggista impegnato a riflettere sul senso di
quello che faceva e sul contesto in cui lo faceva, ha contribuito a quella
decadenza o indebolimento del genere letterario poesia a cui si è accennato.
Giorgio Linguaglossa
LEGGI ARTICOLO PER INTERO
Polimnia n8, Editoriale, Mario Specchio
Il Progressivo
Accecamento di Mario Specchio
Quando uno dei
primi numeri di Polimnia pubblicò come editoriale un mio scritto, un
autore di pregevoli testi mi scrisse che il discorso che stavamo
iniziando era assai pericoloso perché, accusando la grande editoria di
contrabbandare per poesia testi quasi sempre miserabili, si rischiava
di abilitare a sentirsi tanti piccoli Leopardi incompresi stuoli di
scribacchini di infimo ordine, quelli che, esclusi a ragione dall’
editoria, diciamo, ufficiale, pubblicano, come invasati, a proprie
spese, con editori improvvisati e spesso di pochi scrupoli. Era un
rischio reale di cui anche Dante Maffia era ben consapevole e che,
sino ad ora, confidiamo di aver scongiurato. Ma allora, comunque, cosa
fare? Continuare a tacere? Sappiamo tutti che il sottobosco –era
questa la parola che Viviani usava a ragione – è in pieno rigoglio e
si avviluppa in maniera soffocante, sappiamo bene che tra i detrattori
della grande editoria si annidano numerosi volponi e volpini di
esopica memoria, disposti a farsi tagliare un braccio pur di essere
ammessi nel Pantheon contro il quale imprecano, pronti, al momento
opportuno, a rimangiarsi tutto e a fare pubblica ammenda delle loro
intemperanze, secondo la migliore tradizione dell’ Italia peggiore. Lo
sappiamo, ma quale altro mezzo c’è per togliere forza al ‘sottobosco’
se non quello di rendere sempre più vigorosa la vegetazione sana,
bonificando il terreno circostante e periferico, quale altro modo c’è
se non quello di proporre un modello alto, autentico, necessario, tale
da incentivare anche lo sviluppo di un registro autocritico? E,
paradossalmente non è proprio quello che tenta di fare, tra enormi
difficoltà la piccola editoria, quella vera, quella che investe a suo
rischio e pericolo piccoli patrimoni personali ? E allora a chi
dobbiamo rivolgerci se non all’ editoria laureata e ai critici che la
legittimano e non di rado la lusingano, quella insomma che conta, che
ha visibilità e che, bene o male, stabilisce e determina la
storicizzazione del fatto letterario?
E allora,
guardiamoci negli occhi, le scempiaggini e le volgarità che – salvo
rare eccezioni, che pure, fortunatamente ci sono, penso a Conte,
Viviani, Valduga, Alessandro Fo, Dal Bianco, Lolini, Bandini, e
qualche altro- Einaudi, Mondadori, Garzanti continuano regolarmente a
pubblicare, a chi servono? Forse ai giovani che intendono proseguire,
o iniziare, un dialogo con la poesia, alle persone che nella poesia
cercano una luce, una possibilità di interpretazione della vita, una
percezione ulteriore di realtà, e dunque di verità e dunque di
eternità? Ai poeti, poetini, poetastri velleitari per rendersi conto
che le loro pagine, legittime e dignitose sul piano umano, hanno già
una loro collocazione più che dignitosa nel cassetto della propria
scrivania?
No e poi no. Servono soltanto a confondere le carte, a perpetuare l’equivoco
di un mondo dove tutto è uguale a tutto e dove la rincorsa è sempre verso il
basso, verso il peggio, servono a mantenere deserto il deserto, così che
niente e nessuno possa minacciare chi detiene un potere che, oltre a
gratificare patetiche vanità ha anche imparato a farsi ben retribuire. E
contribuiscono anche, indirettamente, a far credere ai più giovani che per
essere scrittori, poeti, è sufficiente comperare una penna e un quaderno,
oggi magari un computer, che peraltro costano assai meno dei pennelli e dei
colori con cui un tempo bastava imbrattare una tela per sentirsi – ed essere
considerati- pittori. Ad un certo punto si scoprì che perfino i rifiuti
organici potevano sortire lo stesso effetto e costavano anche meno.
Ma torniamo alla
poesia. Avrei qualche domanda da rivolgere ai Signori del Palazzo, Editori,
Poeti e PoetiEditori. Intanto com’è che, dopo aver proclamato sino alla
nausea la fine del linguaggio poetico tradizionale, la necessità di
ricondurre la lirica dal famigerato iperuranio aulico, aristocratico,
borghese, a quello quotidiano, democratico-popolare -, dopo aver, a tal
fine, o meglio, con quella scusa, sperimentato facezie e calembours, mentre
continuate a pubblicare banalità piatte e illeggibili, vi riempite la bocca
di nomi come Luzi, Sereni, Caproni e via dicendo? Non vi sfiora il dubbio
che potreste anche vergognarvi un po’ a pronunciare quei nomi che continuate
a preporre a tutte le vostre antologie e con i quali, se foste convinti di
quello che affermate e che scrivete, dovreste aver saldato i conti da un bel
pezzo. Del resto, ai tempi delle orge avanguardistiche e dei rinnovamenti
geniali, i suddetti li avete spesso considerati poco più che reperti
archeologici. Così come ora avete cura di ignorare, nelle vostre numerose e
voluminose antologie, fior di poeti come, tanto per dire, Sinisgalli, Valeri,
Carrieri, Cattafi, Gatto, Vigolo, Ripellino, Masini, De Libero e via
dicendo. Da che dipende ? Solo ignoranza o è che, per lustrarvi le scarpe di
nomi ve ne bastano due o tre, quelli più à la page ? E forse non vi
siete neppure accorti, come non vi accorgeste allora, che proprio Luzi con
il Magma, Sereni con Gli strumenti umani, Caproni con
Il seme del piangere, all’altezza degli anni ’60, mentre voi vi
aggrovigliavate su voi stessi, avevano, loro sì, imboccato la strada del
rinnovamento linguistico, timbrico ed esistenziale. Ripeto e sottolineo,
esistenziale. Perché questo è il punto, il cardine attorno a cui ruota tutta
la questione, il punto sul quale avete buon giuoco a bluffare perché non è
un dato dimostrabile ‘scientificamente’, ma che non sia dimostrabile non
significa che non sia vero, o che non esista e che esiste, voi, quando la
sera vi interrogate nel silenzio della vostra cameretta, lo sapete bene.
E
il punto è che per essere scrittori, artisti, poeti, musicisti, bisogna
prima essere uomini. Uomini con qualche attributo in più di quelli correnti,
uomini che hanno sofferto un po’ di più, amato un po’ di più, sbagliato un
po’ di più, ed anche, sarebbe bene non dimenticarlo, studiato un po’ di
più. Perché le rane non hanno mai partorito aquile e non c’è Editore né
sigla di collana, per quanto prestigiosa, che possa compiere il miracolo.
Possono dare un quarto d’ora di celebrità, e neppure sempre. Chissà se i
Signori del Palazzo ricordano poeti come Antonino Attilio, Aldo Borlenghi,
Francesco Chiesa, Adriana Ivancic, Maria Gloria Sears, Antonio Manfredi,
Rino Bizzarri, Marco Visconti, e la lista potrebbe continuare. Non vi
allarmate, sono poeti dello Specchio Mondatori, anni ‘50,’60,’70. Se non ci
credete andate a vedervi i cataloghi. Ed il discorso potrebbe chiudersi qui,
con buona pace di tutti. Purtroppo non è così, il discorso continua. E
continua perché la storia degli uomini e dunque anche la storia dei libri
degli uomini, delle città degli uomini, delle conquiste degli uomini, non è
un percorso lineare garantito da leggi immutabili e, superati certi limiti
di guardia, tutto può accadere. Può accadere che bruci la Biblioteca di
Alessandria e può accadere che si spenga l’intelligenza delle cose e che
occhi abituati a vedere, lentamente ma progressivamente, divengano ciechi.
Ed anche se quello che sto dicendo non è nuovo – studiosi del calibro di
Alfonso Berardinelli, tanto per fare un solo nome, hanno scritto al
proposito, ma inutilmente, cose ben più precise e approfondite – so anche
che ciò che sto scrivendo non scalfirà di un millimetro l’arroganza spavalda
del potere, la tronfia vacuità dei Signori del Palazzo. Ma a scanso di
equivoci, almeno per chi vuole capire, ripeto ciò che già una volta ebbi
modo di sostenere sulle pagine di Feeria, la rivista della Comunità
di S.Leolino, diretta da Carmelo Mezzasalma, e cioè che in giuoco non è il
quarto d’ora di celebrità di un nome rispetto ad un altro, l’
antologizzazione o l’esclusione dell’ uno o dell’ altro, la caccia ai premi
o agli encomi solenni, la stesura di graduatorie o di attestati accademici.
In giuoco è l’onestà dell’intelligenza, la tensione etica della poesia e
dell’arte, in giuoco è, soprattutto, il vuoto mentale, emotivo, psichico,
morale a cui i venditori di parole vuote – e dunque evangelicamente
colpevoli – stanno educando le generazioni che verranno. E così, mentre non
dimentico il monito di Cesare Viviani a non creare equivoci che possano
incoraggiare gli imbelli a sentirsi dei piccoli Leopardi, penso anche con
sgomento al giorno in cui nessuno fosse più in grado di scorgere la luna nel
cielo di Recanati.
Mario Specchio
Polimnia n7, Editoriale, Dante Maffia
La durata
della poesia di Dante Maffìa
La
durata della poesia Un problema che non si affronta quasi mai, se non di
sfuggita e nei manuali di filosofia, è quello della durata della poesia
o dell’arte in genere. Sembra che poeti, pittori, scultori e musicisti
lo evitino perché investe non solo la loro concezione estetica, ma anche
quella religiosa, etica, storica. Che differenza c’è tra un’opera
considerata un semplice documento, testimonianza di un’epoca, e un’opera
che va oltre il documento e resiste al mutare del gusto, alla frenesia
delle mode, a qualsiasi consunzione? Com’è ovvio immaginare, le risposte
sono state infinite, in sintesi potremmo dire che, pur nelle opposte
concezioni e nelle diversificate metodologie, opera d’arte è
considerata, per esempio, un poema che nel tempo è riuscito e riesce a
trasmettere più del mero dato. Ciò significa che nonostante i mutamenti,
a volte radicali e totali, l’uomo, nel tempo e nello spazio, ha saputo
tenere un rapporto vivo con quell’opera e che l’opera contiene elementi
tali da poter andare perennemente oltre la propria misura temporale e
spaziale. Ma quali possono essere questi elementi? È quasi impossibile
stabilirli. Gli studiosi di estetica ci hanno provato e riprovato, ma si
tratta ovviamente di parametri discutibili, tanto è vero che le
confutazioni sono ricorrenti e le opposizioni, a volte, totali, con
chiusure che condannano ciò che precedentemente è stato affermato.
Sicuramente ogni opera d’arte, ogni opera di poesia, è prima di tutto un
documento che parla della sua epoca, ma individuare la scintilla che la
rende per sempre attuale e presente è come comprendere appieno l’origine
e il fine della vita. Io un’idea semplice (o se volete semplicistica) ce
l’avrei: la misurazione può avvenire soltanto verificando ogni volta se
l’uomo di quella determinata epoca riesce a completarsi con l’opera e se
l’opera riesce a completarlo. Un azzardo, lo comprendo bene, perché così
tutto viene messo nell’equazione uomo-arte… e naturalmente le
implicazioni d’ordine estetico si amplificano e si complicano. Ma prima
di vedere in che misura i poeti italiani nati negli ultimi sessanta anni
possono sperare di diventare eterni, cioè entrare nella durata,
cerchiamo di chiarire che cosa si deve intendere per durata e per
eternità. L’uomo scrive per testimoniare la sua presenza nel mondo e la
sua maggiore aspirazione è quella di lasciare una “traccia” del suo
passaggio, un segno che non si cancelli. Non so quanto serva lasciare un
segno: col passare dei decenni e poi dei secoli sparisce completamente
l’identità dell’artista e al più ci si ricorda e ci si incontra con la
sua produzione, con la sua “traccia”. È più viva e vera Beatrice anziché
Dante, Anna Karenina anziché Tolstoi, Laura più di Petrarca, Silvia più
di Leopardi, Margherita più di Goethe, Giulietta più di Shakespeare e
tuttavia l’artista si affanna e insiste, consuma, a volte, l’intera
esistenza nel realizzare una scultura, uno spartito musicale, una pagina
di poesia in cui è immessa l’essenza e l’imponderabilità che dà il senso
e la riconoscibilità di arte. Non c’è negli artigiani l’ansia,
l’affanno, la preoccupazione che il loro manufatto diventi misura e
anima del tempo e dello spazio; egli lavora e realizza l’oggetto e non
si preoccupa di nulla, non lega se stesso a quell’oggetto, non vi
s’identifica, non lo sente significato eterno. Si tratta di semplice
lavoro di routine per sbarcare il lunario. Il suo compito finisce nel
momento stesso in cui l’oggetto si separa da lui. La gente semplice non
si pone neppure il problema di lasciare una traccia: l’operatore
ecologico lavora, ridà, per esempio, a Roma la sua immagine pulita e non
si domanda se le sue azioni giornaliere potranno essere, domani, un
segno che conti e abbia senso oltre la pura funzione del pulire. Così è
per tutti gli uomini dediti a un lavoro; così non è per gli artisti. In
essi c’è una dose di presunzione che determina l’atteggiamento che li
divide e li allontana da coloro che fanno un qualsiasi altro lavoro o è
invece la divinità che si annida nel loro animo a pretendere una fetta
del futuro? Per quale ragione? Ragioni pratiche non se ne sono mai
riscontrate, dunque?... E come fare affinché la pretesa si realizzi e
trovi riscontro? Che cosa immettere nei versi, per restare alla poesia?
Tra un libro costruito alla perfezione da un abilissimo facitore di
versi, da uno che a freddo sa organizzare ritmo, suono e senso e
interpretare, seppure senza coinvolgimento, lo spirito del suo tempo, e
un libro scritto da un poeta che si è abbandonato alla frenesia mettendo
nei versi se stesso, la sua rabbia, il suo cuore, la sua misura etica,
il suo abbandono e la sua esaltazione, la sua indignazione, la rabbia e
la perdita di se stesso, come si fa a individuare il più o il meno di
poesia? Carlo Giulio Argan rispondeva che la sola maniera per
comprendere era educarsi, cercare i confronti, misurare le opere con
cuore e intelletto dopo lungo, lunghissimo tirocinio. Il trascorrere del
tempo farà il resto e quando saranno passati molti anni o molti secoli
sarà più facile distinguere e individuare la poesia dove vive. Il
documento ha una sua fisionomia arida e fa presto a diventare notizia
opaca. Ci sono delle teorie che non hanno trovato molto credito e che
comunque ad ogni occasione di discussione estetica ritornano in ballo.
Sono quelle delle interpretazioni legate al magico. Si sostiene: se un
libro di poesia è veramente tale, se è riuscito a sintetizzare forma,
contenuto, duende, musica e senso, se i versi sono vivi e parlano al
cuore (quanti cuori purtroppo sentono voci che nascono dalla superficie
più banale e più ovvia!), se le poesie trasmettono pathos, sentimento,
emozione (quanti si suggestionano nel leggere sciocchezze combinate da
accorti artigiani o da imbonitori!), allora vuol dire che nelle parole
del poeta è transitata una porzione della sua anima e una porzione
dell’anima del tempo e resteranno sempre nei versi, anche col passare
dei secoli. La teoria è suggestiva ma ingenua. O invece ha un suo
fondamento? Ma allora bisogna far chiarezza sul concetto di gusto e
cominciare da Hegel che, nelle lezioni di estetica, affermava che il
bello “rimane inaccessibile al gusto, poiché tale profondità esige non
solo il senso e le riflessioni astratte, ma la piena ragione e il solido
spirito, mentre il gusto è rivolto solo alla superficie esteriore,
intorno a cui i sentimenti potevano giocare e principi unilaterali farsi
valere”. Da qui le problematiche della valutazione o della fruizione che
hanno visto, soprattutto nel nostro secolo, degli scempi incalcolabili.
Per scendere nel concreto e sempre restando nell’ambito della poesia,
valutazione e fruizione si sono scontrate con la logica dell’industria
culturale e con quella dei partiti politici legati al carro ideologico.
Le conseguenze sono state deleterie, fino ad arrivare alle affermazioni
degli ultimi decenni che ad alcuni sono parse gratuite e innocue, ma che
miravano a ridisegnare la mappa della poesia italiana con ragioni che
vanno al di là dell’etica e dell’estetica e si collocano su registri
ambigui da cui ripartire per collocare se stessi critici-poeti (si fa
per dire) al posto dei poeti. I casi di Franco Fortini e di Alfredo
Giuliani sono emblematici, frutto di una politica accorta e tendenziosa
che ha prodotto un effetto di dilatazione sullo stesso piano creando i
partiti del più grande poeta del Novecento. Da qui le appropriazioni
indebite e le esagerazioni che hanno tentato di imporre Tessa come il
più grande poeta dell’ultimo secolo (grazie al gusto? Alla egemonia
della inventata linea lombarda?) fino a che non si è pensato che il più
grande invece fosse Rebora. Operazioni mostruosamente campanilistiche.
Ma non sono mancate anche altre attribuzioni dovute a scrittori come
Pasolini che hanno posto in primo piano Sandro Penna, naturalmente per
mummificarlo e metterlo in soffitta in modo da prendere il posto del
padre omosessuale della poesia italiana. Siamo davvero allo sfascio,
alle improvvisazioni, alla difesa dell’indifendibile. Ci fu perfino chi
scrisse, in anni lontani che i grandi poeti del secolo fossero Lino
Curci, Renzo Laurano, Lionello Fiumi. Contro Quasimodo invece fu
organizzato un ostracismo compatto e deciso; a Saba fu riservato il
posto che si assegna a un padre rincoglionito da mettere nell’ospizio,
nonostante la forza dei saggi di Debenedetti e la difesa di Giovanni
Giudici; a Ungaretti un posticino un po’ si e un po’ no; a Montale un
ruolo di riguardo ma perché redattore de “Il Corriere della Sera”. Di
Cardarelli, di Betocchi, di Gatto, di Parronchi, di Vigolo, di De
Libero, di Sinisgalli neanche a parlarne. Questi ultimi avevano offerto
tutti una produzione di documento e non erano riusciti a entrare nel
clima della durata? E per quali ragioni ci sarebbero entrati Tessa e
Rebora? Per quali ragioni poi vi entrerebbero soltanto quelli che
ruotano attorno all’asse milanese che gestisce il canone minimalista e
intimista? Chi ha stabilito ciò, direbbe Stevenson, lo ha fatto a
capriccio, traendo scarso profitto “dalle grandi generalizzazioni
speculative derivate dalle scienze e poste in concorrenza con esse e si
sono affidati ai sentimenti estetici, secondo la definizione di Ayer, ai
quali più agevolmente opporre i propri sentimenti estetici, “così non ha
senso chiedere chi abbia ragione perché ambedue i contraddittori non
stanno asserendo una vera posizione”. E così si torna daccapo a
domandarsi, allora, che cosa dev’esserci nella poesia per poter
transitare attraverso i secoli non come semplice notizia da manuale
letterario o di sociologia della letteratura. La domanda diventa ancora
più assillante oggi che siamo nell’euforia più sfrontata della società
dei consumi, nella dilagante “comodità” del vuoto a perdere. Se ogni
prodotto altro non è che risultato del proprio tempo, e anche la poesia
è un prodotto, non siamo forse arrivati al punto in cui i poeti sono
diventati strumento cieco (o forse non tanto cieco, in alcuni meno
dotati) di questa società senza memoria, priva di radici, che fa dire a
Woody Allen con supponenza (la supponenza è maggiore in chi cita Allen)
aforismi presi di sana pianta da Aristotele, Platone, Shopenhauer, La
Rochefoucould, Wilde o Montaigne? O la poesia dovrebbe essere l’opposto
della filosofia del vuoto a perdere e tenere salda l’entità umana
rinnovandone la sostanza giorno per giorno? I poeti sono eterni o no? E
la loro poesia dura in virtù di che cosa, se dura? Quando ci si pone
simili domande il rischio è di diventare crociati in senso stretto e di
appellarsi immediatamente alla intemporalità come contemporaneità o alla
durata indefinita del tempo, che poi sono i due significati fondamentali
di eternità. Eraclito diceva che il mondo “era da sempre”, e sarà fuoco
sempre vivo che si accende a intervalli e a intervalli si spegne; e
Parmenide: “L’essere non era né sarà, ma è nel presente tutto insieme,
uno, continuo”. Platone contrappone i due significati, Aristotele li
unifica, in qualche modo poi Plotino sintetizza asserendo che l’eternità
è “ciò che persiste nella sua identità, che è sempre presente a se
stesso nella sua totalità, che non è ora questo e poi quello ma è, tutto
insieme, perfezione indivisibile, come quella di un punto in cui
s’uniscano tutte le linee senza che si spandano al di fuori: un punto
che persista in se stesso nella sua identità e non subisca
modificazioni, che esista sempre nel presente, senza passato né futuro,
ma sia ciò che è e lo sia sempre”. A me sembra il ritratto del poeta che
si fa presente perenne, eterno, fuori dai condizionamenti della storia,
a costo di ignorarla, di tradirla o di sorpassarla. Se il poeta non è
presente eterno, allora automaticamente diventa appena una notizia,
documento valido in un determinato tempo e in un luogo specifico.
Naturalmente sull’argomento i trattati sono numerosi e sarebbe
interessante seguire gli eventuali sviluppi del concetto, da S. Agostino
a S. Tommaso, da Locke a Lavelle, a McTaggart, ad Hamburger, a Celan, a
Borges, ma mi sono reso conto che alla fine si ritorna, come in un
circolo vizioso, al punto di partenza e che le medesime domande
acquistano ancor più forza, perché le analisi chiariscono i percorsi, ma
non danno esiti certi al fine di stabilire se la poesia debba entrare o
no nelle eccezioni di eternità e di durata. È ancora Aristotele a dire
che la durata “abbraccia il tempo di ciascuna cosa vivente e fuori del
quale nulla della cosa stessa naturalmente accade”, è cioè eternità nel
senso di un indefinito permanere dell’esistenza del tempo. E la poesia
non è stata sempre ciò? Da quando ha cominciato ad essere altro? E
perché? Può essere altro? Può, la poesia, ignorare la durata, non
legarsi alla durata e vivere lo spazio d’un mattino? E allora che
differenza ci sarebbe tra il presente-presente e il presente del sempre
come condizione irreversibile della bellezza e delle emozioni?
Sostengono alcuni che la poesia d’un paesaggio, per esempio, non è
immutabile. Il Monte Bianco con le sue vette è uno spettacolo di poesia
senza pari. Eppure arriva la primavera, si sciolgono le nevi e lo
spettacolo muta. Muta nella sua oggettività, non nella percezione, anche
se resta poetico. Insomma, la poesia resta, ma essendo “spettacolo” di
poesia conta moltissimo proprio il discorso sulle percezioni: in casi
simili anzi è preponderante, più di qualsiasi altra cosa anche se i
discorsi sono diversi quando si tratta di opere naturali o di opere
realizzate dall’uomo, creazioni sentite e realizzate dall’intelletto e
dall’anima. Comunque la si legga, la durata, come eternità o come tempo
considerato nella variazione sottile di Bergson, se la leghiamo alla
poesia, opera costituita di parole, cioè da suoni che devono racchiudere
mondi profondi di pensiero e di emozioni, di concetti e di sentimento,
diventa difficile comprenderla nella sua essenza. E tuttavia, senza
andare alla ricerca di nuove categorie estetiche, possiamo ritenerci
paghi nel pensare in maniera piana e nell’evidenza di credere che la
durata della poesia dipenda da quanta energia si riesce a immettere
all’interno del significato semantico, nella strutturazione interiore
delle parole, nella rispondenza di armonie e di abbracci prodotti dai
corti circuiti delle sillabe non utilizzate a caso. Un poeta resta (e la
sua poesia avrà valenze d’attualità a fronte di qualsiasi rivolgimento o
capovolgimento, mutamento o crisi) se avrà saputo immergersi totalmente
in ciò che ha espresso e se avrà saputo farlo svincolandosi dagli
artifici delle contingenze, se avrà saputo dare voce al particolare
facendolo diventare universale. I poeti dei nostri giorni hanno saputo
trovare, sanno trovare, questo perdersi e riconoscersi nella parola?
Hanno saputo, sanno essere interpreti d’uno spirito perenne che trova
fruitori nello spazio e nel tempo? O la misura del tempo e dello spazio
non è più quella che conosciamo e se n’è creata un’altra con le
caratteristiche della società del vuoto a perdere? Anche i risultati
scientifici ormai si muovono nell’incertezza e Ilya Prigogine, per
esempio, fa discorsi nuovi con uno sguardo interessato alle divinità
magiche della poesia rimettendo in gioco la fantasia, la creatività e
tutto l’armamentario che appartiene all’arte. Ma non è questo il punto;
si tratta piuttosto di stabilire se l’uomo ha rotto un principio e una
condizione in cui per millenni ci eravamo adagiati o se invece, non
essendo mai stato possibile riuscire a sapere che cosa cova in un’opera
di poesia, adesso ha deciso di scrollarsi di dosso le alchimie
dell’imponderabile e vuole a tutti i costi chiudersi in una formula,
verificabile ad ogni istante, e prevedibile. Se così è, allora è inutile
ragionare di estetica, di durata e di poesie. Basta prendere atto che la
poesia è diventata notizia banale di cronaca e tutto va a posto. E se
qualcuno invoca il rapporto miracoloso che scavalca il messaggio tout
court, niente da fare! È perfino banale sostenere che un qualsiasi
professore di scuola media che oggi insegna fisica ne sa più di Albert
Einstein, perché la fisica è una conquista che si sviluppa in
continuazione e ciò che era valido un tempo adesso è soltanto notizia
storica che è servita al dopo. In poesia non avviene niente di simile.
Dante Alighieri è vissuto otto secoli fa e nonostante che dopo di lui ci
siano stati altre migliaia di poeti, resta il più grande, non è soltanto
notizia storica, anello per il dopo. Ancora una volta ci viene da
damandarci: quale la ragione? Non quella che lo vuole padre della lingua
italiana, sarebbe povera cosa e andrebbe, tutto al più, nel novero dei
primati. Allora? Per come ha adoperato il “codice”? E dopo di lui, forti
del suo metodo, nessuno è riuscito a trovare una svolta che porti oltre?
Ma c’è un oltre per la poesia? O che cosa? La durata, la sua eternità,
dove attengono? Mi piace ripetere spesso che da ragazzo mi capitò di
leggere i classici russi, francesi, tedeschi e spagnoli in traduzioni
approssimative, spesso “purgate” con forbici da giardiniere. Eppure
quelle traduzioni, quelle “versioni” conservavano la loro forza
originaria e la trasmettevano senza che gli autori venissero a perderci
troppo. Conosco le obiezioni: se le traduzioni fossero state perfette,
se si fosse rispettato al millesimo il “senso” della loro poesia,
avremmo avuto una sensazione ancora più forte, uno scossone più
energico… eccetera. Proprio vero? Einaudi, nel 1972, ha pubblicato
Accordi di parole di Tudor Arghezi. La traduzione di Marco Cugno è
filologicamente impeccabile e rispetta per filo e per segno la lingua
rumena, ma io non cambierei la traduzione che Quasimodo ha fatto di
Arghezi per nessun motivo. Quasimodo è riuscito a trovare una chiave
(impropria? E pazienza…!) che ha portato Arghezi in Italia e lo ha
imposto e ce lo ha fatto godere. Lo stesso si può dire della traduzione
dei testi di Lorca fatta da Carlo Bo. Quella di Macrì è sicuramente più
precisa, ma meno poetica, meno appetibile. C’entra molto la sensibilità
e le affinità; Quasimodo è un poeta, Cugno no. I classici da me letti da
ragazzo, anche quando venivano tradotti da un’altra traduzione, poiché
sono stati scritti per “necessità”, conservavano un’aura d’incanto,
l’anima degli autori. E in tutto questo non ci può essere nessuna
spiegazione filologica, estetica, letteraria o d’altro genere.
Semplicemente quei testi sono testi di poesia autentica e anche mutilati
conservano la loro sostanza. Hanno quel quid che va oltre tempo e spazio
e perdura rendendo le pagine perennemente presenti, fonte di riscontro
per ogni epoca. Mi sono preso la briga di trascrivere in un quaderno
centinaia, se non migliaia, di definizioni di poesia. Quelle che i poeti
hanno dato inavvertitamente e quelle dei teorici, dei critici, dei
filosofi. Spesso una definizione contraddice l’altra, la offende, la
nega, eppure non sono riuscito a ricusarne neppure una. Mi sembra che
ognuna abbia ragione pienamente ed è strano che anche i poeti più laici,
più agnostici o calati nella “divina indifferenza” facciano ricorso a
una divinità che sovrintende alla creazione poetica. Perfino Baudelaire
e Mallarmè si sono allineati, perfino gli autori della beat generation..
Evidente, dunque, che è impossibile riuscire a stabilire un criterio
unico e valido ecumenicamente che definisca gli ingredienti della
poesia, che cosa essa deve avere per dirsi tale, per imporsi. Certo è
che ci si rifà a degli archetipi che dovrebbero circoscriversi nel tempo
e nello spazio e che invece si rompono e si ricompongono, come una
dottrina religiosa che sa affrontare e adeguarsi alle rivoluzioni
dell’uomo e anche ai cataclismi che cambiano l’aspetto del mondo e la
vita degli uomini. Il linguaggio invecchia, invecchiano le strutture del
linguaggio, muta l’angolo prospettico dell’uomo singolo e della
collettività, vengono distrutti parametri d’ogni genere, cancellati
mondi, innalzati monumenti contro il nucleare, si fanno viaggi su Marte,
si clonano gli animali (presto anche l’uomo), si coltivano piante
transgeniche e di conseguenza si rigenera, nel bene e nel male, la
sostanza del mondo, e alla fine se viene chiesto a un intellettuale, a
un uomo di media cultura, a un giornalista, a un poeta chi sono i grandi
della poesia, la risposta è sempre identica: in Italia sarà fatto il
nome di Dante, in Gran Bretagna quello di Shakespeare, in Russia quello
di Puskin, in Germania quello di Goethe, in Spagna quello di Lorca,
negli Stati Uniti quello di Whitman. Allora forse ha ragione ancora una
volta Salvatore Quasimodo: Sei ancora quello della pietra e della fionda
/ uomo del mio tempo, e infatti è in questa direzione che dobbiamo
cercare gli indizi: le opere di poesia avranno da dire sempre qualcosa
all’uomo, anche quando la società sarà completamente robotizzata . Più
vivremo dentro la virtualità, più saremo spogliati della nostra parte di
bellezza e di diversità e più sarà necessario inseguire una fata morgana
per non perire dentro l’uniformità e dentro il grigiore del non detto.
Tutto ciò a patto che la fata morgana non diventi un surrogato e una
finzione dell’illusione. Ogni opera poetica riuscita è come il cuore di
Prometeo; si rigenera, e più l’aquila della sociologia, della politica,
della scienza, della tecnologia morde e inghiotte e più la poesia trova
la strada per riappropriarsi dell’uomo ridandogli legittimità d’essere,
di esistere con identità distinte. Ecco perché la poesia non ha bisogno
di concatenamento e di crescita . Nella bagarre e nella confusione di
tendenze, di scuole, mistificazioni, gruppi, camuffamenti,
rivalutazioni, mutamenti e trovate la poesia imbocca sempre il varco per
ritornare padrona, per restare più che un sostantivo, un aggettivo. Non
solo, anche nelle considerazioni dei critici hanno poco valore e poco
peso le distinzioni e le esasperazioni, e se nel pieno della dittatura
di una “scuola” viene fuori un poeta che ha altro timbro e altra natura,
non si fa fatica a riconoscerlo. Il caso di Penna valga per tutti: in
pieno ermetismo si afferma un neogreco. L’eternità, la durata non amano
le distinzioni dei generi, delle scuole. Posizioni d’avanguardia, di
retroguardia, di eccessi si perdono col passare del tempo. Certo, la
novità suscita interesse nel momento in cui si affaccia, ma se poi non
dimostra di non essere appena una trovata, non resiste. I secoli
pareggiano il conto. Quando noi adesso diciamo “classico” non ci
soffermiamo a pensare che tra Omero e Virgilio corrono dei secoli, e
così tra Virgilio e Dante, tra Dante e Campanella, tra Tasso e Foscolo.
Messa una pietra sopra le agitazioni delle avanguardie, sulle
recriminazioni, e stemperate le passioni, chiarite le posizioni
ideologiche e metodologiche che hanno sempre sapore “politico” (non è
casuale che fino a cinquanta anni fa i cattedratici non si occupavano,
non volevano occuparsi di poesia o narrativa contemporanea), rimangono i
testi, creature nude alle quali potremmo togliere perfino la paternità e
l’appartenenza a un’area geografica, a un momento storico. Se questa
nudità saprà trovare ad ogni epoca successiva un vestito (non per
coprirsi, ma per adeguarsi alle mutate condizioni) e saprà accendere lo
sguardo di qualcuno, l’interesse, la curiosità, vorrà dire che avrà
saputo conservare la purezza, la bontà, la concretezza originaria, la
verità del sempre, e troverà con naturalezza l’accoglienza del lettore
che non si sentirà appendice lontana nel tempo, ma consanguineo e
perfettamente dentro la solarità accesa delle sillabe, a tu per tu con
il senso del divenire. Ma qui il discorso diventa metafisico e forse un
tantino “astratto”. Meglio lasciarlo aperto, sempre sotto l’idea che
qualcosa di mistico e di irrazionale cova dentro la verità inafferrabile
della poesia… Sempre è stato così. O a un certo punto abbiamo perduto la
memoria delle ragioni dell’arte? Del suo corpo, delle sue qualità, delle
sue capacità prive di qualsiasi barriera? Non bisogna dimenticare che
quando Adamo ed Eva uscirono dal Paradiso Terrestre erano analfabeti e
non furono sfiorati dai problemi della durata della poesia. Fu allora,
comunque…?. Viene da chiedersi se recentemente non sia stato ribaltato
anche il concetto di durata e di eternità, rendendolo più limitato,
smarrito in una identità ambigua e sfuggente e se addirittura non si è
riscritto un trattato di sociologia che confonde la durata con la
precarietà, la cronaca con la storia. Se così è, allora bisogna
cancellare le biblioteche, raderle al suolo e ricominciare da zero. Un
imperatore cinese tentò una simile operazione per far ripartire la
memoria da lui. Vogliono forse, seppure con mezzi diversi da allora,
anche Maurizio Cucchi, Riccardi, Vivian Lamarque, Valentino Zeichen,
Roberto Mussapi, Mario Santagostini, Tiziano Rossi, Angelo Lumelli,
Mario Baudino, Franco Buffoni, Jolanda Insana, Biancamaria Frabotta,
Franco Loi, Luigi Ballerini, Gianni D’Elia e Pier Luigi Bacchini
azzerare la storia, cambiare il concetto di durata? Siamo a un bivio?
Allora mettiamoci al lavoro, ricusiamo ogni cosa, distruggiamola. Le
fiamme rigenerano. Non deve restare un solo verso di tutto ciò che è
stato scritto e edito fino al 2006. Sgombriamo i cervelli, i cuori, le
anime, la psiche, ripartiamo, ma per non essere comunque mai notizia,
cronaca, enunciato, balbuzie, gesto gratuito, se vogliamo rifare poesia.
La poesia non sopporta ingerenze estranee, anche se si serve di tutto e
di tutti. Il partito di quelli che credono che senza i grandi poeti del
passato saremmo arrivati al medesimo grado di civiltà odierno esiste. Ma
i ciechi, ahimé!, purtroppo ci sono sempre stati. Si sente ripetere che
la poesia è inutile, ma poi tutti la praticano, magari senza leggerla.
Sì, c’è un grande bisogno di scrivere poesie (non di leggerla). Ma chi
ce l’ha questo bisogno? E perché? Che sia eco di eventi perduti o
ritrovati, non porta giovamento che si possa verificare. Allora? Qui si
aprirebbe un altro interessante capitolo. Ma se le domande si affollano
è anche perché lettori e giovani poeti sono disorientati, anche quelli
che ostentato iattanza e arroganza. Lo sconcio è stato perpetrato, gli
esempi sono visibili a tutti: la maggior parte della poesia degli ultimi
cinquanta anni è immondizia. Non produce echi, non stimola, non accende,
non indigna. Piccoli ragionamenti che i poeti fanno addosso a se stessi,
con un io logoro e disorientato e privo di qualsiasi coraggio. Non è
questa, la poesia, ma altro, sicuramente un gesto di sorpresa che
sorprende e porta in dimensioni che esulano dalla quotidianità. Per
questa bastano i giornali e la televisione, roba che si consuma in un
batter d’occhi. Chi vuole fare poesia invece deve prendere la corriera
che parte a capriccio e non va in nessuna direzione. L’incanto è nel
viaggio, la scoperta è nell’incontrare la parola che illumina e come un
fuoco d’artificio ci fa scoppiare nelle mani e negli occhi il senso
dell’immortalità vissuto , purtroppo, per un attimo. Ma si tratta di un
attimo da cui è visibile passato, presente e futuro, proprio come ci
racconta Borges.
Dante Maffìa
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